Richard Yates #10 – Revolutionary Road (1961)

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richard-yates-10-revolutonary-road-librofiliaFinalmente posso dire anche io di aver letto Revolutionary Road, il primissimo romanzo di Richard Yates e ammetto candidamente che questo libro mi ha messo addosso un tantino di soggezione, dal momento che la fama e la portata di quest’ opera è così alta e carica di aspettative che anche solo tenere in mano questo libro comporta una certa fatica.
Anticipo però subito il tutto, dicendo che la prima e forse anche una buona dose della seconda parte del libro non sono state proprio di mio gradimento, dal momento che ho fatto un po’ di difficoltà ad entrare all’interno della storia e le numerose divagazioni – seppur sempre precise e pertinenti – mi hanno piuttosto affaticata e trascinata ripetutamente fuori dai binari.

Per fortuna, dopo un bel po’ di pagine, è successo qualcosa e sono finalmente riuscita a carpire tutta l’autorità, lo splendore e la precisione chirurgica che questo libro porta in sé eppure, nonostante tutto, ritengo che Revolutionary Road sia senza ombra di dubbio un grandissimo libro ma personalmente ho apprezzato di più romanzi considerati “minori” come: Disturbo della quiete pubblica, Easter parade o Cold Spring Harbor.

Revolutionary Road è un romanzo magistrale, praticamente perfetto sotto tutti i punti di vista e allo stesso tempo è un’opera complessa e ben articolata, nella quale viene narrata la storia dei Wheeler: una coppia della middle class americana formata da Frank – un ragazzotto gentile, elegante e intelligente – e da April – una ragazza graziosa, leggermente svampita e fin troppo sognatrice – che per dimostrare il proprio anticonformismo, la voglia di abbattere gli stereotipi, di affermare la propria diversità e la propria concezione libertaria di vita, abbandona la città per trasferirsi in un nuovissimo sobborgo residenziale chiamato appunto Revolutionary Hill, dove tutto sembra perfetto e le famiglie appaiono tutte serene, realizzate e felici:

Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto da casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico di foglie verdi e gialle.

Le giornate dei Wheeler sono molto simili a quelle di tanta gente comune impelagata in lavori piuttosto noiosi e poco esaltanti – in casa così come in ufficio – , costretta a contrastare con ogni mezzo, gli sbattimenti e le frustrazioni quotidiane ma soprattutto desiderosa di migliorare la propria condizione pur mantenendo una certa autonomia e originalità, nelle scelte personali cosi come nello stile di vita.

La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.

Ed è proprio a causa della routine quotidiana e di quel desiderio improvviso di cambiamento che i due, in un accesso di entusiasmo e di incoscienza, decidono di vendere la loro casa e di trasferirsi a Parigi con l’intenzione di cominciare una nuova vita seppur senza nemmeno aver ben chiaro in mente un piano preciso da eseguire.

La gente cambiava, e un mutamento poteva essere una nuova fioritura così come una decadenza, vero?

L’idea del trasferimento parigino oltre a spaventare i due figlioletti della coppia, spaventa persino lo stesso Frank Wheeler che inaspettatamente si ritrova dinanzi ad una nuova proposta lavorativa e ingarbugliato in una bizzarra relazione extraconiugale che sembra persino far vacillare i progetti dell’ignara April Wheeler.

La capacità di misurare e suddividere il tempo ci offre una quasi inesauribile fonte di consolazione.

E mentre la coppia continua a litigare, a non capirsi e ad imputare al partner i proprio fallimenti personali, ecco che il loro disprezzo per la vita borghese e per tutto ciò che li circonda continua a crescere a dismisura e di pari passo con la loro necessità di affidarsi all’alcool, l’unico compagno in grado di sostenere e di confortare durante qualsiasi incomprensione, anche nelle situazioni in cui la tragedia è davvero imminente e beffarda.

Ci sono piccole cose che hanno il potere di mutare l’esistenza.

Richard Yates nel suo Revolutionary Road narra – in uno stile amaro e desolante – della debolezza dell’animo umano e della confusione generale nella quale sembrano sfociare alcune situazioni se non affrontate di petto e con la giusta maturità e critica inoltre il mondo borghese, le sue apparenze e le sue convenzioni, pur rimanendo sempre neutrale e lasciando al lettore il compito di farsi un’idea precisa dei personaggi e delle situazioni narrate.

Richard Yates, come sempre ossessionato dai perdenti e da coloro i quali si dimostrano inadeguati nei confronti della vita, sceglie attraverso Revolutionary Road di raccontare una storia che provoca smarrimento e confusione nel lettore e che dimostra ancora una volta di come la felicità sia uno stadio piuttosto astratto e continuamente minacciato dagli affanni e dagli imprevisti della vita.
E ditemi voi, se quella di Richard Yates non è sincera onestà in quale altro modo la si può chiamare e soprattutto, esistono davvero scrittori più onesti e sinceri di lui?
La caccia è aperta.

Songtrack:


Revolutionary Road, Richard Yates, Minimum Fax, 2009 PP. 457. Traduzione Adriana Dell’Orto.

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2 Replies to “Richard Yates #10 – Revolutionary Road (1961)”

  1. Ogni volta mi ricordi che devo leggerlo e ogni volta mi incuriosisci sempre di più.

    Ho provato a vedere il film, ma l’ho sempre visto a spezzoni. Comunque, a proposito di spezzoni: in una scena la coppia decide di andare a Parigi e lo comunica ai vicini; anche in un racconto di New York Stories la città francese è una possibile ripartenza.

    1. Dai, che sono curiosa di leggere la tua opinione su Yates! :-p
      Io il film devo ancora vederlo e comunque nei libri di Yates (romanzi/racconti) l’Europa è un elemento piuttosto ricorrente, soprattutto per il fatto che egli stesso in guerra ha combattuto in Europa e oltre a conoscerla bene, è consapevole di quanto sia culturalmente e intellettualmente distante dalla middle-class americana da lui tanto ferocemente descritta e delineata.

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