Joan Didion: L’anno del pensiero magico e un amore d’altri tempi

l-anno-del-pensiero-magico-joan-didion-librofiliaSono sempre più convinta del fatto che non esistono più gli amori di una volta: quelli belli, solidi e resistenti ad ogni tipo di avversità, compresi i tradimenti.
Cosi come non esistono più i matrimoni di una volta: quelli felici, contratti in giovane età e allietati da una marea di pargoli che oltre a dimostrare l’inefficacia dei metodi contraccettivi di un tempo, ricordavano che qualsiasi altro percorso intrapreso all’infuori della famiglia sarebbe stato piuttosto vano e inutile.

Fortunatamente conosco anche io, qualche storia d’amore del genere e penso che non sia un caso se ormai i protagonisti abbiano entrambi e da un bel pezzo, i capelli bianchi in testa e qualche dente mancante in bocca e camminano leggermente ingobbiti e con l’aiuto di un solido bastone di legno, eppure nonostante tutto, li vedo continuare lo stesso a tendersi la mano.

Forse questo è l’amore vero e come tale è un lusso per pochi eletti e un qualcosa che forse le nuove generazioni non saranno mai in grado assaporare, poiché ad essi sono destinate solo storie d’amore fatte da ferite e cocci rotti sparsi un po’ ovunque.

Leggendo L’anno del pensiero magico ho più volte pensato e ripensato all’amore poiché questo libro, oltre ad essere una monologo sulla morte, è a suo modo anche una dichiarazione d’amore: pura, autentica e dolorosa.

Eh già, perché quello fra Joan Didion e John Gregory Dunne, oltre ad essere un matrimonio durato quarant’anni, è prim’ancora una storia d’amore di altri tempi basata su un legame forte, profondo, sincero e devoto, che nemmeno la morte è in grado di spezzare.


2000, New York State, USA --- Writers Joan Didion and John Gregory Dunne --- Image by © Richard Schulman/CORBIS

2000, New York State, USA — Writers Joan Didion and John Gregory Dunne — Image by ¬© Richard Schulman/CORBIS




Quando infatti la sera del 30 dicembre 2003, John Dunne muore all’improvviso accasciandosi al tavolo imbandito nel soggiorno del loro appartamento di New York, inizia per Joan Didion una fase in cui tutto viene vagliato, analizzato, ripercorso e rimesso in discussione, a tal punto da perdere persino il suo originario senso.

Questo è il mio tentativo di raccapezzarmi nel periodo che seguì, settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa.



Allo shock iniziale, all’incredulità e alla non accettazione della morte del marito, si sommano inoltre il dolore e la paura per le precarie condizioni di salute della loro unica figlia Quintana, ricoverata priva di sensi in un reparto di terapia intensiva dell’ospedale, a causa di una terribile polmonite che mette a serio repentaglio la sua esistenza:

Il dolore è diverso. Il dolore non tiene le distanze. Il dolore arriva a ondate, parossismi, ansie improvvise che ti tagliano le gambe e ti accecano e cancellano la quotidianità della vita.



E così, soffocata e lacerata dalle emozioni contrastanti, Joan Didion smette di scrivere per prendersi cura di sua figlia e per ripercorrere mentalmente il loro passato felice, con l’ingenua speranza che suo marito John potesse tornare indietro da un momento all’altro.

Io volevo qualcosa di più che una notte di ricordi e di sospiri.
Io volevo urlare.
Io volevo che tornasse.



L’alterazione della realtà e le improvvise crisi di panico sono infatti i primi sintomi che evidenziano il forte stato di stress e di confusione in cui tergiversa Joan Didion, che fa comunque di tutto per tenere la sua mente sempre impegnata, dedicandosi a quello che sa fare meglio:

Nei momenti difficili, mi era stato insegnato fin dall’infanzia, leggi, impara, datti da fare, rivolgiti alla letteratura. Essere informati significava non perdere il controllo.



E così, a passi piccoli e incerti, Joan Didion impara a rassegnarsi al dolore e ad elaborare il suo personalissimo lutto che sino a quel momento l’aveva resa afflitta, vulnerabile e riconoscibile:

Le persone che hanno perso qualcuno da poco hanno sul viso una certa espressione, forse riconoscibile solo da coloro che hanno visto quell’espressione sul proprio. Io l’ho notata sul mio e ora la noto sugli altri. È un’espressione di estrema vulnerabilità, nudità, trasparenza.



La ricostruzione del suo mondo e di un’apparente normalità è complessa ma necessaria alla sopravvivenza e tutto ciò che questo doloroso percorso insegna, è fonte di inesauribile saggezza e di speranza: due elementi sempre utilissimi per stare al mondo e ancora meglio se a parlarcene e a scriverne è una donna-scrittrice tosta e risoluta come Joan Didion.


L’anno del pensiero magico, Joan Didion, Saggiatore, 2008 pp.218. Traduzione Vincenzo Mantovani.


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4 thoughts on “Joan Didion: L’anno del pensiero magico e un amore d’altri tempi

    • Grazie cara! Effettivamente non credo che questo libro sia l’approccio giusto con la scrittura della Didion, in molti consigliano di iniziare da “Prendila così”.
      Io non vedo l’ora di recuperare tutto. 😛

  1. Ecco, ora ho ancora più voglia di leggere questo libro, anche se il tema affrontato è tosto a livello emozionale. Ti farò sapere. Grazie mille per averne scritto intanto.

    • Grazie a te per essere passata. 🙂
      Beh, sì probabilmente il tema affrontato dalla Didion in questo libro non è semplice ma ti posso garantire che è una forte esperienza di lettura perché come scrive lei, scrivono purtroppo in pochi.
      Poi, fammi sapere da quale libro inizierai a leggerla. Io solitamente, con i grandi autori, prediligo sempre l’ ordine cronologico di pubblicazione delle loro opere.
      Buone letture. 🙂

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