Richard Yates #2: Disturbo della quiete pubblica (1975)

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richard-yates-disturbo-della-quiete-pubblica-librofiliaFra i tanti motivi che mi spingono ad amare la scrittura di Richard Yates sicuramente spiccano la sua chirurgica precisione, la sua estrema brillantezza, la sua onestà e il suo voler mettere a nudo l’anima dell’americano medio nonché la sua abilità a squarciare un velo sulla famiglia americana apparentemente perfetta e felice, rompendone schemi e convenzioni sociali e mostrando al lettore il suo lato più orrido e oscuro ma soprattutto adoro Richard Yates per quella sua predilezione quasi ossessiva verso i falliti e verso tutte quelle storie ricche di ambizioni ma povere di successi.
Una cosa è certa: per leggere Yates bisogna essere pronti a misurarsi con il proprio lato peggiore, più intimo e doloroso, senza aver paura di ciò che potrebbe poi risalire a galla.

Durante le prime 80 pagine di Disturbo della quiete pubblica mi sembrava di essere immersa nell’atmosfera orrida, folle e contorta riscontrata leggendo Falconer di John Cheever poiché i due libri – scritti entrambi nel 1975 – inizialmente presentano diversi punti in comune ma con le sole differenze che Falconer è ambientato in un penitenziario di massima sicurezza mentre il povero John Wilder – il protagonista di Disturbo della quiete pubblica – si ritrova rinchiuso in un reparto ospedaliero interamente dedicato a uomini violenti e il protagonista del libro di Richard Yates è decisamente più incazzato, più recidivo e più alienato del protagonista del romanzo di John Cheever.

John Wilder ha un lavoro ben retribuito, sguazza nella middle-class americana e ha una famiglia apparentemente normale e felice – in realtà è sposato con una donna patetica e i due hanno un figlio scontroso, introverso e affetto da turbe emotive – ma non riesce ad affrontare la vita senza bere e cosi, dopo una settimana trascorsa fuori casa per motivi professionali, sprofonda in un esaurimento nervoso che gli impedisce di tornare a casa per paura di commettere una strage familiare e grazie all’aiuto di un amico avvocato viene sottoposto ad un ricovero psichiatrico forzato e non proprio edificante.

…Cerchiamo di essere ragionevoli; John. Nessuno può stare senza dormire per una settimana. Secondo me hai bisogno di cure mediche, sedativi e roba del genere. Lascia che ti porti al St. Vincent.



John Wilder in sole due settimane ha capito cosi tante cose di lui e della sua condizione che non in circa quarant’anni di vita e la cosa più spettacolare di tutte è che ora gli sembra praticamente impossibile tirare avanti.

Ho scoperto un sacco di cose su di me. A volte, quando non riesci a dormire, ti rendi conto di molte cose; a me, almeno, è capitato. Un sacco di cose.



John Wilder è infatti uno che ha sempre subito il corso degli eventi piuttosto che rendersene l’artefice, a partire dalla pressione esercitata su di lui da parte dei suoi genitori che progettavano per lui un futuro sicuro e dorato, passando per quel senso di responsabilità impostogli dell’esercito che l’ha spedito a combattere in Europa poco prima della fine del conflitto ma soprattutto John Wilder ha visto sfumare e morire la sua ambizione di diventare produttore cinematografico e ora sconfitto, si ritrova costretto a frequentare gli incontri degli Alcoolisti Anonimi con l’unico scopo – nel suo caso fallimentare – di rimanere sobrio anche solo un’ora in più e ad assumere una serie di farmaci che puntualmente miscela con l’alcool stravolgendo così il loro effetto.
E quando John Wilder inizia una relazione con un’ ex studentessa del Marlowe College – un posto magico, creativo e costosissimo – con la quale condivide la passione per il cinema e un progetto cinematografico sperimentale, le sue prospettive e la sua autostima sembrano subire un’impennata seppur senza riuscire a stare lontano dalla bottiglia.

E cosi sullo sfondo di un’ America appena uscita dalla guerra fredda e distratta e affascinata dall’elezione presidenziale di John Kennedy – un giovanotto bello, ricco, alto e intelligente insomma tutto il contrario di John Wilder – che di lì a poco verrà brutalmente assassinato in nome della follia, della debolezza e dell’ignoranza, si muove il povero John Wilder che sembra incarnare buona parte dei tratti di quella stessa società americana che cerca l’ordine nel caos e che nonostante il proprio squilibrio interiore e mentale prova lo stesso a dimostrare il proprio valore e forse è proprio quell’alchimia insana fra bene e male e fra cadute e risalite, a tenere in piedi sia John Wilder che l’intera società americana.

Leggendo Disturbo della quiete pubblica ci si domanda spesso e volentieri fino a che punto l’essere umano può scivolare in basso e quanto sia realmente disposto a strisciare, eppure John Wilder come una specie di agnello sacrificale, sembra fare tutto in modo automatico e naturale come se la sua follia facesse parte di una sorta di copione a basso costo scritto per ingannare tutti ma soprattutto se stesso e forse proprio leggendo libri come Disturbo della quiete pubblica – che presenta molti elementi autobiografici con lo stesso Richard Yates – viene davvero da chiedersi chi siano realmente i veri folli.

Disturbo della quiete pubblica, Richard Yates, Minimum Fax, 2004 pp.285. Traduzione Mirella Miotti.

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