Intervista a Dario Pontuale: vivere tra lettura, critica letteraria e scrittura

Dario Pontuale è scrittore, saggista, romanziere, studioso di letteratura otto-novecentesca e critico letterario romano.

Ha pubblicato i romanzi La biblioteca delle idee morte (2007), L’irreversibilità dell’uovo sodo (2009), Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno (2012), Certi ricordi non tornano (2018). Il racconto I dannati della Saint George (2015). È autore delle raccolte di saggi Ciak si legge (2016), Una tranquilla repubblica libresca (2017), della biografia critica Il baule di Conrad (2015), tradotto anche in Francia, e della monografia critica La Roma di Pasolini (2017). È cofondatore della rivista letteraria “Passaporto Nansen” e collabora con la rivista salgariana “Il corsaro nero”.

Dario Pontuale ha curato edizioni di Flaubert, Melville, Maupassant, Zola, Musil, Stevenson, Conrad, London, Svevo, Salgari, Puškin, Tolstoj, Čechov.

Dario Pontuale

Ho conosciuto poche persone che, esattamente come Dario Pontuale, vivono la letteratura e i libri in maniera così viscerale e totalitaria. Ascoltarlo parlare dei libri che ha scritto o di quelli che ha curato è davvero un piacere per qualsiasi lettore oltre che un vero e proprio balsamo per lo spirito. La passione che traspare da ogni parola che pronuncia a riguardo, è qualcosa che fa davvero bene all’anima e che ci ricorda che, forse, i libri aiutano davvero a vivere meglio e che sono l’unica cosa in grado di salvarci da tutto il resto.

Da bambino cosa sognavi di diventare “da grande”?

Come molti bambini che adorano il calcio, avrei voluto fare il calciatore. Il calcio, anzi il pallone, resta uno dei miei imperituri amori. Allora ‘ripiegai’ sullo scrivere, mi sarebbe piaciuto stare tra i libri, parlare di libri. Magari pure campare leggendo, perciò non mi lamento.

Qual è stato in assoluto il primo libro che hai letto e che ricordi?

L’Isola del Tesoro, me lo comperò mia mamma alla Rizzoli a Roma, una libreria in centro che oggi non c’è più. Avevo forse otto anni e ancora lo conservo. Dentro quel libro scoprii qualcosa di meraviglioso e, da allora, al calcio si sommò la lettura.

Come sei stato scoperto dai tuoi editori?

Non fu una vera e propria scoperta. Scrivevo per alcune riviste letterarie dei brevi articoli di critica letteraria e avevo nel cassetto dei racconti. Li lesse un filosofo, oggi diventato un amico, che collaborava con una piccola casa editrice; disse che erano “strani” ma interessanti. Dalla redazione risposero che in Italia i racconti non li legge nessuno e dovevo inventarmi qualcosa per cucirli insieme in forma di romanzo. Lo feci e uscì La biblioteca delle idee morte. Pochi mesi dopo il libro ricevette un premio per “l’originalità con la quale i racconti erano intrecciati”. Alle volte il caso e da lì è cominciata. Quello che mi piace, oltretutto, è che molti dei (allora) ragazzi che ‘lavorarono’ al libro, ancora li vedo, questo mi piace.

Hai qualche mania come scrittore?

La lentezza, non so se sia una mania, ma è la verità. Forse perché la mia principale attività è la critica, ciononostante vado lento e scrivo romanzi brevi. Butto giù tre pagine e ne butto due, inoltre, finché non ho tutta la trama in testa, non tocco foglio. Il sacro fuoco dell’ispirazione mi è sconosciuto, risento di un misto tra pigrizia e lentezza, soffro di ‘pigrezza’.

Un film, un libro e una canzone che ami o che più ti rappresentano?

“Amici Miei atto I e II”, film dove c’è tutta la tragica comicità e la comica tragicità della vita. “La linea d’ombra” un testo che spiega quanto il problema dell’esistenza non siano i tifoni, quanto le bonacce; è l’attesa difficile da sopportare. “Canzone quasi d’amore” di Francesco Guccini, gli ultimi versi sintetizzano tutto il senso del senso.

Un motivo per il quale consiglieresti a tutti di leggere i tuoi libri?

Consiglierei a tutti di leggere e basta. Di leggere, soprattutto, cose che fanno diventare migliori. Leggere aumenta la dignità e la dignità è base dell’etica, un requisito primario nell’essere umano.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

L’incoscienza di non averli. “Se vuoi far ridere dio, raccontagli i tuoi programmi”, recita un vecchio proverbio, e io ci credo.

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