Sotto la falce: il doloroso, struggente e bellissmo memoir di Jesmyn Ward

Io non so se esistono libri che possono essere realmente definiti necessari e, più in generale, se i libri sono necessari. In fondo, è necessaria l’aria che respiriamo, il cibo, l’acqua ma soprattutto un corpo che faccia il suo dovere e che compia correttamente tutte le funzioni vitali utili a garantirci la sopravvivenza, tutto il resto, molto probabilmente, è da definirsi superfluo.

O forse, no perché probabilmente ci sono davvero dei libri che segnano un prima e un dopo, rispetto al momento della loro lettura. Libri che ci aprono la visione su una realtà che difficilmente potremmo conoscere perché magari troppo lontana  edistante da noi, per motivi geografici o sociali. E per fortuna, i libri, sanno fare anche questo: avvicinare i mondi, le realtà e creare un punto di collisione e di rottura dopo il quale è impossibile tornare indietro.

Questo è quello che mi è successo leggendo Sotto la falce, il memoir che Jesmyn Ward ha scritto nel 2013 e che è stato appena pubblicato in Italia da NN Editore e questo forse sì, direi che è un libro necessario soprattutto in questo nostro momento storico e sociale.

Salvare le ossa
Jesmyn Ward

Jesmyn Ward è, secondo me, una delle migliori scrittrici americane in circolazione e da quando ho iniziato a leggerla con Salvare le ossa – il primo capitolo della trilogia dedicata a Bois Sauvage – mi sono letteralmente invaghita della sua scrittura così dura, ruvida, cruda e spietata e molto simile ad una vera e propria scintilla in questo nostro panorama editoriale che sembra sempre una copia sbiadita di qualcos’altro che già c’era.

Attraverso questo libro, Jesmyn Ward racconta la sua vita, la sua storia e quella della sua comunità ma soprattutto le morti  – avvenute tra il 2000 e il 2004 – di ben cinque ragazzi neri che sono cresciuti con lei: suo fratello Joshua e altri loro quattro amici, eventi tragici che l’hanno letteralmente ammutolita, rendendole quasi impossibile la missione di raccontare queste storie.

Jesmyn Ward, infatti, racconta queste storie con l’obiettivo di imparare qualcosa dalla sua vita – costellata da cadaveri di uomini e tenuta in piedi dalle sole donne – e da quella della sua comunità, verso la quale ha sempre provato una sorta di amore e di odio, per capire meglio quello che è successo e perché è successo, cercando di comprendere perché esistono fenomeni negativi come il razzismo, la disuguaglianza economica, la povertà e le responsabilità pubbliche, capaci di condurre ad un vero e proprio baratro.

La mia storia familiare è costellata da cadaveri di uomini. Il dolore delle donne li chiama dall’oltretomba, li fa apparire sottoforma di fantasmi. Da morti, trascendono le contingenze di questo posto che amo e odio allo contempo, e diventano creature soprannaturali. A volte, quando penso a tutti gli uomini della mia famiglia morti prematuramente, da una generazione all’altra, credo che il lupo sia DeLisle.

pp.22

E così scopriamo che Jesmyn Ward – nata prematura e data dai medici per spacciata fin dal primo vagito – è figlia di due genitori giovani, poveri e neri e che ha lottato con tutte le sue forze per sopravvivere, sin dalla nascita, e forse proprio il suo cuore grande e forte, non le ha permesso di arrendersi dinanzi a tutte le ingiustizie che la vita le ha sempre presentato: dai continui litigi tra i suoi genitori sino alla loro separazione, passando per l’aggressione da parte di un pitbull quando era ancora una bambina, fino ad arrivare agli episodi di razzismo e di bullismo scolastico che hanno costellato la sua esistenza e fino a culminare nel dolore immenso per la perdita dell’amato fratello.

Il dolore che portiamo dentro di noi, insieme a tutti gli altri fardelli della nostra vita, a tutte le altre perdite, ci affonda, finché non ci ritroveremo in una tomba rossa e sabbiosa. Alla fine, le nostre vite coincidono con la nostra morte.

pp.131

Per Jemsyn Ward e per quelle come lei, infatti, la vita è stata sempre un po’ più complessa perché quando vivi in posti poveri, sperduti, privi di possibilità occupazionali e continuamente minacciati anche da devastanti fenomeni climatici come gli uragani, tutto è ancora più complesso e non arrenderti è davvero una questione di fortuna e di coraggio, perché l’alcol e la droga sono sempre a portata di mano, nell’illusione di alleviare, almeno un po’, il dolore.

Per i ragazzi e le ragazze di DeLisle – il paese di Jesmyn Ward – anche il semplice fatto di svegliarsi ancora integri e sani e salvi tutte le mattine, è sempre da considerarsi un vero e proprio miracolo perché i pericoli sono sempre in agguato e non è sempre facile distinguere il bene dal male.

Una delle vie di fuga per Jesmyn Ward, ad esempio, sono stati i libri, la lettura e l’istruzione in una scuola episcopale privata, pagatagli da un uomo bianco presso cui sua madre lavorava, e seguita dai vari college frequentati sino a condurla a ciò che è oggi e a cosa rappresenta per la sua comunità.

Penso che il mio amore per i libri derivasse dal bisogno di fuggire dal mondo in cui ero nata, di scivolare in un altro mondo dove le parole erano schiette e sincere, dove il bene e il male erano distinti in modo netto, dove trovavo ragazze forti, intelligenti, creative e folli quanto bastava per lottare contro i draghi, per scappare di casa e andare a vivere in un museo, per diventare spie, per farsi nuovi amici e costruire giardini segreti.           

pp.90

La difficoltà di essere una donna, in una comunità simile a quella in cui è cresciuta Jesmyn Ward, è amplificata dalle aspettative e dalle speranze che possono essere nutrite nei confronti del futuro e che, purtroppo, spesso possono essere anche deluse, in quanto si potrebbe sempre finire per diventare madri troppo giovani o peggio, vittime dell’alcol e della droga, considerate due vere e proprie vie di fughe per chi è povero.

Essere uomini, spesso, è ancora peggio perché sin da giovanissimi c’è il rischio di venire allontanati dalle scuole perché considerati dei potenziali elementi pericolosi – pur senza avere alcuna prova – e gettandoli letteralmente in pasto alla criminalità e senza dar loro nemmeno la minima possibilità di cercare una vera e propria occupazione onesta, in quanto incapaci di vedere delle possibilità fuori dai propri confini geografici e familiari.

…e fu così che mio fratello e io capimmi cosa significasse essere una donna: ammazzarsi di lavoro, incupirsi, preoccuparsi di continuo. E cosa significasse essere uomo: amarezza, rabbia, il desiderio di una vita che fosse tutto fuorché quello che era.

pp.165

Leggendo questo libro di Jesmyn Ward ho avuto la sensazione perenne di trovarmi dinanzi ad un animale selvatico perennemente sul punto di essere braccato e che perciò, decide di fuggire con ogni mezzo possibile ed immaginabile, lontano dalla sua tana, per scoprire poi di non riuscire ad allontanarsene nemmeno di un metro e odiandosi anche per questo.

Jesmyn Ward poses for a portrait outside her great-grandmother’s house in Pass Christian, Miss.

Jesmyn Ward con questo suo memoir crudo e doloroso  ma costellato di amore, fa letteralmente a pezzi il sogno americano e allo stesso tempo, ci ricorda che il razzismo, la povertà e la violenza sono i fattori primari capaci di scatenare la depressione tra le comunità nere e che la stessa povertà, sommata alla mancanza di istruzione e agli scarsi sostegni sociali sono i fattori principali che causano i decessi nelle stesse comunità nere, al pari di ictus, infarti e cancri e tutto questo, non fa altro che alimentare l’odio e la disperazione tra le persone di colore come se le loro vite valessero meno delle altre.

Nonostante il dolore e la sofferenza di Jesmyn Ward – alimentati anche dall’improvvisa e prematura morte del marito a causa del Covid – e nonostante tra le pagine di questo libro aleggino gli spiriti delle persone delle quali racconta, l’ho trovato di una bellezza così rara e dolorosa, a tal punto da avvertire durante la lettura, in più di un’occasione, un brivido corrermi lungo la schiena e sono davvero rari i libri capaci di scatenare una sensazione fisica così forte ed evidente. Jesmy Ward, invece, lo ha fatto e io, personalmente, la ringrazio per avermi raccontato la sua storia, quella della sua comunità, di suo fratello e dei suoi amici morti.

Sotto la falce. Un memoir, Jesmyn Ward, 2021, NN Editore pp.271. Traduzione Gaja Cenciarelli.

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