Sogni di Bunker Hill di John Fante ovvero un incubo tutto hollywoodiano

sogni-di-bunker-hill-john-fante-recensione-librofiliaChi conosce e segue già da un po’ il mio spazio, conosce benissimo il mio amore e la mia assoluta devozione verso John Fante e nonostante abbia più volte riletto le sue opere, molto probabilmente è stata questa la svolta decisiva che mi ha permesso di afferrare e di comprendere appieno tutta la portata di un’opera come Sogni di Bunker Hill, purtroppo considerata come un’opera minore perché forse fin troppo malamente influenzata da quelle maledette luci dei riflettori hollywoodiani che hanno sacrificato il talento di uno scrittore di razza come John Fante in nome del denaro.

Sogni di Bunker Hill è infatti l’ultimo eroico e a tratti disperato capitolo della stravolgente e meravigliosa quadrilogia dedicata ad Arturo Bandini – il più celebre personaggio letterario concepito e creato da John Fante con il quale sembra condividere più di un elemento – che sembra quasi il suo intimo testamento ideologico e comportamentale nonché l’ultimo estremo e affannato tentativo fatto per diventare ciò che ha sempre desiderato essere: lo scrittore più famoso e più acclamato d’America.

Lessi fino a quando mi bruciarono gli occhi. Mi portai il libro a casa. Lessi un altro Anderson. Leggevo e leggevo, ed ero affranto e solo e innamorato di un libro, di molti libri, poi mi venne naturale, e mi sedetti lì, con una matita e un lungo blocco di carta, e cercai di scrivere, fino a che sentii di non poter più continuare perché le parole non mi sarebbero venute come Anderson, ma solamente come gocce di sangue dal mio cuore.



Eppure, Sogni di Bunker Hill appare sin dalle prime pagine, come la cronaca di un fallimento annunciato poiché quella Hollywood che accoglie Arturo Bandini – promettendogli gloria e soldi facili, in cambio della stesura di qualche pessima sceneggiatura che non diventerà mai e poi mai un film vero e proprio – seduce e poi abbandona tutti i personaggi che sembra calorosamente accogliere.

E stavolta più che mai, il destino sembra davvero accanirsi violentemente nei confronti di Arturo Bandini – che da subito dimostra la sua incapacità di adattamento a quel mondo apparentemente lindo e dorato, fatto di party esclusivi e di amicizie importanti ma prive di morale perché mosse solo da interessi e tornaconti personali – e nascono così, una serie di fortuite coincidenze e di incontri piuttosto bizzarri e imbarazzanti che segneranno in malo modo anche gli ultimi disperati e affannati tentativi di Arturo Bandini nei confronti della tanto amata e odiata scrittura.

A mano a mano che il tempo passava, mi sentivo come un orfano, un paria, improduttivo, sconosciuto, in esilio. Il denaro mi teneva lì, l’assenza di povertà e la paura che tornasse.



Infatti i personaggi bizzarri e stravaganti che Arturo Bandini incontra, i luoghi che frequenta e l’improbabile relazione amorosa che stringe con l’attempata proprietaria dell’albergo presso il quale alloggia, fanno solo da sottofondo macabro e controverso a tutti i suoi numerosi tentativi di abbattimento di quei solidi muri che spesso si frappongono fra la realtà e le intime speranze di qualsiasi individuo – Arturo Bandini compreso – o peggio, fra la propria creatività e i continui rifiuti e le porte sbattute in faccia che quotidianamente riceve.

Mi stavano succedendo cose misteriose e sconvolgenti. Ero uscito dal mondo e adesso era difficile trovarne la strada.



E cosi, Arturo Bandini in Sogni di Bunker Hill se da un lato si rassegna alla crudeltà del destino, dall’altro lato invece, proprio come è nella sua innata natura e nella sua verve, continua tacitamente a sfidarlo con arguzia e con perseveranza, anche quando la strada appare sempre più ripida e più dissestata.

E proprio mentre Arturo Bandini, continua a chiedersi – ormai afflitto e disperato – il perché di tutto questo accanimento della sorte nei suoi confronti, noi non possiamo far altro che conciliarci con lui e fare un po’ di spazio in più nel nostro cuore e nel nostro animo, per conferirgli pubblicamente quel ruolo da vero eroe che con destrezza e con umiltà si è conquistato a poco a poco sin dai tempi della sua prima apparizione nei libri di John Fante.

Io stavo seduto e ascoltavo in preda a una silenziosa disperazione, pensando alla maniera di scappare, di fuggire via di lì, di balzare nella mia macchina e tornare alla realtà di Bunker Hill, di gridare, di saltare su e gridare, di pregarla di tacere, e poi alla fine di arrendermi e affondare, ferito mortalmente…”



In quest’opera ultima di John Fante – scritta dalla moglie Joyce nel 1979 sotto dettatura di un John Fante ormai cieco e privo di gambe a causa del diabete e esattamente, dopo ben quarant’anni dalla sua precedente opera – si avverte nettamente tutta l’avidità, lo sfarzo, il luccichio e l’illusione dettata da quella Hollywood troppo bella e troppo evanescente per essere reale ma soprattutto quella stessa Hollywood che ha seduce John Fante, rubandolo alla scrittura vera e propria e riciclandolo a quel mondo del cinema troppo lesto e distratto per accorgersi pienamente del suo grandissimo ed inestimabile talento, non a caso, fra le pagine di Sogni di Bunker Hill si legge proprio una sorta di fallimento creativo e narrativo che sfocia nell’insensatezza e nel rammarico più assoluto.


John Fante

John Fante




Le pagine di Sogni di Bunker Hill, sono con molta probabilità fra le più autobiografiche mai prodotte da John Fante poiché a mio avviso, rappresentano una sorta di malcelata giustificazione per essersi lasciato sedurre – senza nemmeno grandi risultati – dai fumi e dal mito di Hollywood e per aver accantonato invece quella scrittura tragicomica, vera, sincera e reale, quella per cui oggigiorno anche a distanza di oltre trent’anni dalla sua morte, continuiamo ad apprezzare e a celebrare.


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