Intervista alla scrittrice calabrese Eliana Iorfida: tra scrittura e archeologia

Eliana Iorfida è una giovane archeologa di origine calabrese che ha partecipato a diverse missioni di scavo nazionali e internazionali e proprio i suoi viaggi e il tanto tempo libero a disposizione, le hanno permesso di avvicinarsi alla scrittura.

Dopo aver aver esordito nel 2013 grazie ad un celebre premio letterario indetto dalla Rai, il suo percorso letterario è in continua ascesa e le ha permesso – anche grazie alle tematiche trattate, alle atmosfere portate in scena, ai forti richiami mediorientali delle sue storie e alla sua scrittura lucida e sincera – di arrivare ad un numero sempre più ampio di lettori, guadagnandosi consensi più che favorevoli da parte dei lettori ma soprattutto della critica.

Eliana Iorfida (photo: FerMentis)

E mentre, Eliana Iorfida si prepara all’uscita del suo nuovo libro – data slittata a causa della pandemia in corso – abbiamo scambiato quattro chiacchiere per saperne di più sul suo rapporto con la scrittura, con la lettura ma soprattutto sul suo nuovo libro.

Da bambina cosa sognavi di diventare “da grande”?

Ricordo di aver avuto due fasi. Tra elementari e medie il mio talento principale era il disegno, ereditato da una mamma pittrice, dunque le opzioni dell’epoca oscillavano tra stilista di moda (complice un gioco che andava per la maggiore negli anni ’90) e fumettista, rigorosamente Disney (conservo ancora i bozzetti). Poi, crescendo, ho ceduto al fascino dell’Egitto e del Vicino Oriente e ho capito che volevo fare l’archeologa.

Qual è stato in assoluto il primo libro che hai letto e che ricordi?

Il primo libro letto da bambina è stato il romanzo illustrato Heidi, di Johanna Spyri, al quale si ispirava la serie tv che adoravo. Il primo approccio alla narrativa adulta, invece, fu con Il buio oltre la siepe, di Harper Lee. Tra quelle pagine avvenne la magia: capii che la lettura era uno strumento per vivere dimensioni parallele ma reali, incontrando volti e storie che mi avrebbero emozionato e accompagnato per sempre.

Come sei stata scoperta dai tuoi editori?

Il mio esordio con Rai Eri (oggi Rai Libri) è avvenuto come nelle favole. Era il 2013 quando mia madre mi esortò a inviare il classico manoscritto nel cassetto al premio letterario Rai “La Giara”, allora presieduto da Dacia Maraini. Superare la selezione regionale fu già una vittoria, quando a luglio mi chiamarono dalla sede di Roma per comunicarmi che ero tra i tre finalisti premiati nella Valle dei Templi ho creduto di svenire. Arrivai seconda ma il mio Sette paia di scarpe, storia vera che portavo con me dalla Siria (dove lavoravo come archeologa), piacque talmente che lo pubblicarono comunque (2014). Quel successo fu il mio biglietto da visita per Vertigo Edizioni, con cui nel 2018 ho pubblicato Antar, secondo romanzo della “saga siriana”. A giorni, invece, avrò il piacere di presentare un terzo romanzo con Pellegrini, primo e storico editore calabrese. Un grande orgoglio essere approdata a casa loro dopo esserci reciprocamente cercati e trovati.

Hai qualche mania come scrittrice?

Ti dirò, la scrittura per me è un momento di pausa da tutto, anche dalle piccole manie quotidiane. Quando scrivo sono totalmente presente alla dimensione creativa, verso la quale non nutro alcuna forma di pregiudizio, scaramanzia o rituale particolare, se non il gusto di affiancarle svariati caffè e la necessità di dedicarle tempi e orari liberi dal lavoro e altri impegni. La scrittura non mi tormenta,mi libera. Certo, una volta iniziata la storia i personaggi me entrano dentro e cominciano ad abitarmi: avanzano pretese, reclamano attenzioni, ma credo sia un effetto allucinogeno comune un po’ a tutti gli scrittori.

Un film, un libro e una canzone che ami o che più ti rappresentano?

Le domande esclusive mi mettono in crisi. Se proprio costretta, scelgo La leggenda del pianista sull’oceano, film di Giuseppe Tornatore, regista che amo molto; il romanzo che considero vero spartiacque della letteratura mondiale, oltre che della mia personale esperienza di lettrice, Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline e, se mi concedi uno strappo, un album anziché una canzone: Gommalacca, uno dei capolavori assoluti di Franco Battiato. Probabile che queste opere rappresentino delle sfumature di me, certamente rappresentano qualcosa di universale.

Un motivo per il quale consiglieresti a tutti di leggere i tuoi libri?

In generale consiglio la lettura per spirito di curiosità e immedesimazione, ovvero per concedersi il lusso di vivere un’esperienza che, diversamente, non si potrebbe sperimentare. Entrare in un libro equivale a entrare in un mondo che è insieme esterno e interno a noi stessi, nella misura in cui contiene qualcosa che non conosciamo o non ci appartiene e qualcosa di profondamente nostro, che ritroviamo al volo. I miei due romanzi, ad esempio, sono una finestra sul mondo arabo-islamico, sulla Siria di ieri e oggi, il Mediterraneo, ma al tempo stesso dicono qualcosa sull’identità di ciascuno di noi, sulla nostra personalità in continuo divenire, alla ricerca di radici e potenzialità.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Come anticipato il mio progetto futuro, già procrastinato per via dell’emergenza che ci ha interrotto, è l’uscita di un nuovo romanzo per Pellegrini Editore. Tra pochi giorni, appena sarà disponibile in tutte le librerie, annunceremo il titolo e la data della prima presentazione che, per forza di cose, si terrà nell’altrove virtuale dei social in attesa di poter incontrare presto i lettori dal vivo.

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