Il corpo in cui sono nata: Guadalupe Nettel e l’accettazione del corpo

Quanti di noi ricordano ancora le numerose correzioni fisiche e comportamentali inflitte dai propri genitori con il solo scopo di soddisfare le loro ossessioni, capaci così di rendere l’infanzia uno dei momenti meno piacevoli della propria esistenza terrena? E cosa succede se quelle correzioni bisogna assolutamente farle per uno preciso scopo medico? Per scoprirlo, ad esempio, potremmo leggere Il corpo in cui sono nata di Guadalupe Nettel, che lo ha imparato a proprie spese poiché, fin da piccola, è costretta a portare una benda sull’occhio destro per correggere un difetto alla cornea, nell’attesa di subire un intervento chirurgico risolutore ma che, nel frattempo, la fa sentire diversa e le provoca non pochi disagi, soprattutto a scuola.

Condividevamo tutti la certezza di non essere uguali agli altri e di conoscere meglio la vita rispetto a quell’orda di ingenui che, nella loro breve esistenza, non avevano ancora affrontato nessuna disgrazia.

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Il corpo in cui sono nata, che non può essere definito un romanzo e nemmeno un memoir o un’autobiografia ma che contiene al suo interno elementi appartenenti a tutti e tre i generi, nasce proprio con l’intento di comprendere alcune situazioni e altrettante dinamiche che hanno condotto Guadalupe Nettel a diventare ciò che è oggi ma è anche un omaggio ai libri, alla letteratura e alla scrittura, che le hanno permesso di diventare una persona sempre meno marginale, sin dai tempi della scuola.

Forse la conservazione della specie consiste proprio in questo, nel perpetuare, sino all’ultima generazione di esseri umani, le nevrosi degli antenati, le ferite che ereditiamo come un secondo corredo genetico.

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A fare da sfondo alle vicende, più o meno autobiografiche, raccontate da Guadalupe Nettel c’è un Messico che cambia velocemente faccia, che si lascia indietro lo spettro dei numerosi massacri e ovviamente tutti i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza dell’autrice, partendo dai suoi genitori, passando per il periodo trascorso con la nonna materna e, infine, dal trasferimento in Europa con sua madre e suo fratello mentre suo padre si dissolve misteriosamente nel nulla.

A volte penso che un’iniziazione alla vita amorosa con una simile carenza di amor proprio sia stata di pessimo augurio, e che abbia determinato il mio modo di interagire con il sesso opposto negli anni successivi.

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Guadalupe Nettel, infatti, ne Il corpo che vorrei analizza il rapporto con i genitori, compresi i numerosi problemi familiari, la scarsa autostima ma soprattutto il corpo che cambia e che la fa sentire perennemente diversa, a disagio e alla stregua di un outsider, a tal punto da non riconoscersi e da identificarsi con il protagonista de La metamorfosi di Franz Kafka.

Ed è proprio così che finiamo per comprendere quanto il corpo, così come lo intende Guadalupe Nettel, non è altro che una metafora utilizzata per descrivere anche tutti quei comportamenti acquisiti durante l’infanzia, che ci accompagnano per sempre anche se tentiamo di tenerli a bada e che, a volte, finiscono per prendere il sopravvento su tutto il resto, finendo per mostrare tutta la loro assoluta ferocia.

Il silenzio, come il sale, è leggero solo in apparenza: in realtà, se si lascia che il tempo lo inumidisca, diventa pesante come un’incudine.

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Guadalupe Nettel, infatti, non si pone come primo obiettivo la verità assoluta bensì attraverso la sua scrittura – caratterizzata da una forte componente autobiografica e organizzata come un flusso di coscienza sciorinato dinanzi ad una psicoanalista che non prende mai la parola all’interno della storia – mette in discussione tutti gli eventi della sua vita e prova ad osservarli da un diverso punto di vista, esorcizzandoli e adottando nei loro confronti una pratica quasi salvifica che risponde, più o meno, alla seguente domanda: c’è una sola verità oppure ci sono tante verità?

Guadalupe Nettel

E poiché sappiamo benissimo che non è doloroso ricordare una situazione in sé ma solo le sensazioni che abbiamo provato in quel determinato momento e che il dolore rimane in noi nell’attesa di essere espulso, Guadalupe Nettel ci regala una storia di formazione alla ricerca di una propria identità e di un conforto continuo inseguito attraverso i libri, la letteratura e la scrittura sino a giungere alla decisione di vivere, finalmente, nel corpo in cui è nata.

Finalmente, dopo un lungo periplo, mi ero decisa ad abitare il corpo in cui ero nata, con tutte le sue particolarità. In fin dei conti era l’unica cosa che mi apparteneva e mi vincolava in modo tangibile al mondo, e insieme mi consentiva di distinguermene.

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E anche se alcuni luoghi, persone ed eventi non fanno più parte della storia di Guadalupe Nettel così come il nostro stesso corpo non è lo stesso di quando siamo nati ma subisce una serie di cambiamenti, interni ed esterni, che lo rendono assolutamente unico e perciò ancor più prezioso, ci rendiamo conto, attraverso questo libro bellissimo, di quanto sia fondamentale accettare il proprio corpo all’interno del tempo e dello spazio circostante per il semplice piacere di sentirsi e dirsi vivi.

Il corpo in cui sono nata, Guadalupe Nettel, La Nuova Frontiera, 2022 pp. 185. Traduzione Federica Niola.

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