Fiori senza destino: l’esordio letterario di Francesca Maccani come autrice

fiori senza destino

Essere insegnante, al giorno d’oggi, dev’essere piuttosto difficile perché i tempi sono decisamente cambiati, così come sono cambiati gli alunni, le loro famiglie ma soprattutto è cambiata la scuola e il sistema scolastico stesso che ha perso un po’ quello smalto e quel rigore di un tempo. 

Ho ancora ben chiare, nella mia mente e nelle mie orecchie, le voci delle persone anziane di mia conoscenza che, nella maggior parte dei casi trattandosi di contadini spesso senza nemmeno la licenza di quinta elementare in tasca, mi dicevano costantemente di studiare perché solo attraverso lo studio avrei potuto fare grandi cose nella vita, così come ricordo il terrore di ritornare a casa e di dover riferire ai miei genitori di aver preso una nota sul registro di classe per qualche compito non svolto o per qualche comportamento poco adeguato.

Eh già perché, io e la scuola, sabbiamo sempre avuto un rapporto piuttosto travagliato dal momento che, per natura e per indole, ho sempre odiato le imposizioni e ho sempre preferito la libertà e l’anarchia al posto delle regole ferree e delle etichette anche se, alla fine, ho sempre cercato di fare il mio e soprattutto quando nasci, cresci e vivi al Sud, tutto assume un altro valore visto che devi sempre faticare il doppio per ottenere qualcosa.

Fiori senza destino: trama

E tutto questo, lo sanno bene anche i ragazzini protagonisti di Fiori senza destino, il romanzo d’esordio della blogger Francesca Maccani, che sveste per una manciata di pagine i panni della lettrice e della dispensatrice di consigli libreschi, per indossare i panni della scrittrice, nei quali sembra però essersi trovata perfettamente a suo agio, soddisfacendo, più o meno, positivamente quasi tutte le aspettative.

Francesca Maccani

Purtroppo occorre sottolineare che, in questi tempi moderni, dominati dai social  e dai vari influencer, ormai presenti in ogni ambito e settore compreso quello legato ai libri, sono moltissimi i blogger che, reduci da un seguito di followers, più o meno interessante e sempre ammesso che i numeri mostrati siano reali e non fittizi, vengono ingaggiati per la scrittura di libri o di manuali che, quasi mai, superano le aspettative e che si rivelano dei libri interamente ed esclusivamente studiati a tavolino ma, fortunatamente, Francesca Maccani e il suo Fiori senza destino si sono rivelati di tutt’altra pasta poiché il libro è scritto bene e la trama sta perfettamente in piedi da sola e il linguaggio, intriso di termini dialettali siculi, incuriosisce il lettore.

Le uniche pecche che, a mio avviso, penalizzano leggermente il libro sono: un numero esiguo di pagine e l’essere una sorta di romanzo corale poiché in Fiori senza destino vengono narrate le storie di diversi ragazzini e probabilmente questo non ha favorito una maggiore esplorazione nelle loro vite e non ha permesso all’autrice di scendere in fondo nelle storie, rimanendo così un po’ troppo in superficie e quasi con una sorta di leggero distacco che, purtroppo, a fine lettura lascia una certa sensazione di irrisolto e di incompiuto.

Fiori senza destino: il dolore delle esperienze

E probabilmente, quando si vivono esperienze come quelle raccontate nel libro Fiori senza destino, quella dose di distacco è necessaria per la sopravvivenza e serve per non finire affogati in quelle tristi storie fatte di violenza, di degrado e di povertà che Sara – in qualche modo, l’alter ego di Francesca Maccani – conosce benissimo e con le quali ha imparato quotidianamente a fare i conti.

…qua spazio per i sogni non ce n’è, volano terra terra e appena provano a salire su si incastrano come i palloncini dei più nichi nei fili della luce.

pp. 19

Sara insegna, infatti, in una scuola del Cep ovvero una delle tante periferie della città di Palermo dove la criminalità, il degrado e la rassegnazione la fanno da padrone eppure, nonostante tutto, questi dieci ragazzini protagonisti di Fiori senza destino sembrano  non volersi arrendere e continuano in qualche modo a lottare, alcuni anche proprio grazie allo studio.

Perché qui siamo tutti come tanti fiori che spuntano in mezzo al cemento, veniamo su nella polvere e solo così sappiamo vivere. Se ci strappano via, le radici restano piantate qui e noi finisce che secchiamo tutti quanti come le rose nei vasi senza acqua.

pp.29

La scuola, in luoghi come il CEP, è vista come un qualcosa di superfluo che non serve a salvarti la pelle o a cambiarti la vita ma spesso viene intesa, soprattutto dalle famiglie, come qualcosa che serve a tenere a bada i figli mentre essi sono impegnati a tentare di racimolare qualche soldo, in modi spesso poco ortodossi.

…la vera violenza qui è la mancanza di istruzione, non della scuola che insegna a leggere e scrivere, quella c’è e funziona abbastanza bene, ma della scuola che abitua la testa a pensare e educa alla libertà.

pp.29

Eppure i ragazzini nati e cresciuti al CEP sono esattamente come tutti gli altri coetanei, magari cresciuti un po’ in fretta, per colpa di quello che vivono e vedono tra quei palazzoni stipati come alveari, ma che continuano ad avere fame di storie e di vita nonostante molti di loro non si siano mai nemmeno allontanati da questo quartiere e non sappiano nemmeno come sia fatta la città di Palermo ma possiedono comunque un forte senso di appartenenza e di rispetto, spesso inculcatogli ed emulato proprio osservando gli adulti. 

L’intimità è un concetto pressoché inesistente qui, solidarietà significa esserci nel vero senso parola, fisicamente. Ci si rispetta. E rispettare significa piantarsi in una casa, in cucina, e non uscirne finché tutto non passa.

pp.66


E Sara, approdata dal nord Italia sino a Palermo per seguire suo marito e finita a fare il mestiere più difficile e delicato del mondo, non sempre ha il fegato per ascoltare le storie dei suoi alunni che una volta giunte alle sue orecchie sono peggio di un pugno nello stomaco, eppure deve farlo comunque.

Educare è difficile. Ed è ancora più difficile se i ragazzi sono a pezzi. A ricucirli non ti insegna nessuno. In classe i professori vedono le macerie dopo i terremoti, ma in mezzo alle macerie a tratti si accende un guizzo, un’energia ingovernabile che, non sapendo dove dirigersi, la maggior parte delle volte finisce per disperdersi.

pp.64


Ogni racconto fotografata da Francesca Maccani nel suo Fiori senza destino è solo la punta di un iceberg di cui molto spesso non si riesce a vedere la fine o, altre volte, si vede ma non si riesce a disintegrare e proprio per questo motivo, questo breve romanzo corale, potrebbe essere inteso come una sorta di romanzo per racconti accomunato da un unico filo conduttore ovvero la scuola e nello specifico dalla figura di Sara che ha ben presto imparato a portare addosso tutta la malinconia tipica delle isole, ad assorbire le regole di certi contesti ma che deve ancora abituarsi a tutto il resto.

Essere insegnante significa affezionarsi, immedesimarsi, prendere i propri alunni per mano e accompagnarli lungo un tratto di strada, aiutarli ad attraversare e guardarli andare oltre.

È un po’ come avere decine di figli sparsi per ogni dove. Non si smette mai di pensare a loro, di sorridere quando si scopre che lavorano o che si sono laureati, sposati, che sono diventati genitori.

pp. 100

Francesca Maccani, che oltre ad essere una blogger è principalmente un’insegnante, nel suo Fiori senza destino parla di uno spaccato che conosce alla perfezione e che, sicuramente, ha numerosi aspetti autobiografici e lo fa con onestà, con sincerità ma soprattutto con l’estrema sensibilità e con la delicatezza che queste storie e questa professione meritano.

Fiori senza destino, Francesca Maccani, Sem, 2019 pp. 137.

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