Zebio Còtal: il libro di Guido Cavani sull’eterna dicotomia tra uomo e natura

Ci sono libri che sono fatti per non avere una precisa ambientazione immaginaria, che pur narrando di luoghi ed epoche ben precise, finiscono per essere universali e così cambiando un po’ le date e le coordinate geografiche, funzionano benissimo lo stesso.

Questo, ad esempio, è il caso di Zebio Còtal, il romanzo di Guido Cavani pubblicato all’interno di quel grande e interessante progetto editoriale che è Readerforblind, che si occupa di riportare in libreria i grandi libri italiani del Novecento ormai da tutti dimenticati.

Confesso che prima di leggere questo romanzo, non avevo mai sentito parlare di Guido Cavani, scrittore di origine modenese che nel 1958 pubblicò questo libro a proprie spese, riproposto successivamente nel 1961 da Feltrinelli, con la prefazione di Pier Paolo Pasolini e già questo basterebbe a dimostrare l’effettiva qualità del libro.

Guido Cavani

Zebio Còtal però è davvero un gran bel romanzo, con o senza la prefazione dell’immenso Pasolini, perché racconta le vicende di un contadino – Zebio Còtal, appunto – e della sua famiglia, della loro fame e della miseria che li anima e li tiene al mondo.

Zebio Còtal è un uomo cattivo, rabbioso, indisponente, ignorante ma soprattutto scansafatiche e convinto che gli altri vogliano il suo male, scarica la propria collera e le proprie sbornie, sui suoi sei figli e sulla povera moglie, causando liti e dolore in una povera famiglia che sembra destinata a sfaldarsi come zolle di terra ormai arida.

L’incapacità di Zebio Còtal di mantenere i suoi figli, la povera moglie malata e di portare avanti il loro piccolo podere, lo conduce a mandare un figlio a lavorare presso il fratello – da dove sfuggirà dopo un po’ di tempo – , a veder morire un figlio per collasso cardiaco in seguito alle percosse date, a vederne un altro ridotto a piccolo criminale e a contrarre una serie di debiti che non riuscendo ad onorare, lo porterà a dover cedere anche tutto il grano raccolto, gettando ancora di più i suoi familiari in una condizione di miseria e di assoluta povertà.

…la vita non è che un elemento misterioso dentro cui l’uomo agisce per ragioni indipendenti dalla sua volontà.

pp.144

Eppure a Zebio Còtal, ignorante e analfabeta come i suoi stessi familiari, nonostante fosse stato più volte intimato di mantenere una buona condotta, viene arrestato e nemmeno quando viene rilasciato per mancanza di prove, perde un po’ di quella sua tipica spavalderia, di quel disordine morale e di quell’indifferenza che lo rendono odioso, esasperato  e diabolico anche agli occhi del lettore più clemente.

Ero una erbaccia selvatica piantata in un campo, e che ora hanno piantata in un vaso: ebbene, che c’è di straordinario se riesco a vivere lo stesso? Sono contento del resto che il mio male vi dia quel sollievo che io personalmente non posso darvi. Vedete che si può fare del bene anche senza volerlo?

pp.182

E proprio dopo l’uscita di prigione di Zebio Còtal e al suo successivo peregrinare senza meta, assistiamo alla piega più bella, interessante e lirica che prende questo romanzo, dimostrando di come il gesto di rinnegare la propria terra  somigli molto all’infrangere uno dei primi comandamenti. Se paragoniamo, infatti, la terra ad una madre ci rendiamo conto di come Zebio abbandonandola la rinneghi, rifiutando la salvezza e scegliendo, al contrario, l’eterna dannazione.

Quando però non ebbe più soldi, quando finalmente s’accorse di essere solo, senza casa, senza famiglia, senza mezzi, allo sbaraglio, e di non aver di suo che la strada; quando capì che d’ora innanzi per mangiare e per dormire doveva, o cercare lavoro o chiedere la carità, fu preso da terrore. Eppure, malgrado tutto, non gli si affacciò alla mente neppure lontanamente l’idea di ritornare a casa: piuttosto che una tale umiliazione preferiva qualunque patimento.

pp. 221-222

Zebio Còtal di Guido Cavani è un libro sulla rabbia e la rassegnazione degli esseri umani che non hanno le forze necessarie per difendersi e così finiscono per subire le peggiori ingiustizie ma, allo stesso tempo, è un libro sulla solitudine umana, sul contrasto alla miseria e alla povertà e rappresenta una vera e propria lotta alla sopravvivenza.

…camminava e meditava sulla caducità delle cose, sui fatti che gli succedevano, e non si sentiva più solo come prima. Capiva, confusamente, che la vita era congegnata in modo che nessuno potesse sfuggire per le maglie del suo tessuto.

pp. 225

Questo libro dimostra che, a volte, è più giusto non avere niente che avere poco soprattutto se quel poco non basta nemmeno per sfamare la propria famiglia, per portare avanti il proprio podere e per ottenere qualcosa che sia almeno anche lontanamente paragonabile ad una sorta di dignità.

A che cosa serve camminare se non si arriva mai a trovare un po’ di pace? Se dove si arriva tutti ti trattano male e ti mordono con le cattive parole? Bevo per questo; bevo per dimenticare il male che tutti mi fanno e mi fanno fare.

pp. 231

Zebio Còtal è anche un libro sull’eterna dicotomia che vede contrapposto l’uomo alla natura crudele e selvaggia, che sappiamo benissimo essere il conflitto più ancestrale e crudele del mondo e soprattutto che l’uomo non ha la benché minima possibilità di vittoria nonostante le due fazioni abbiano numerosi punti in comune.

Ricordati, Zebio, che non hai più né terra, né casa, né moglie, né figli, e sei ora un viandante, solo un viandante; così come hai voluto, così come è avvenuto.

pp. 240

Questa storia meravigliosa e dolorosa scritta da Guido Cavani, dimostra come la vita sia una grande prova da superare e per superarla ci vuole coraggio e rassegnazione ma, allo stesso tempo, il romanzo lascia sicuramente l’amaro in bocca per via della miseria, della povertà e del sapore della polvere che sale dalla terra ma che, una volta terminato, lascia davvero un piccolo vuoto nel cuore.

Zebio Còtal, Guido Cavani, ReaderForBlind, 2021 pp. 256.

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