Solo me ne vo per la città di Enzo Gaiotto ovvero l’essere figli per sempre

solo-me-no-vo-per-la-città-enzo-gaiotto-librofiliaVi siete mai chiesti cosa significhi realmente la parola vita e dove risiede il suo significato più intimo?
Tutti potrebbero rispondere citando la nascita ma in realtà non è così o meglio, detto così sarebbe fin troppo semplice dare una risposta.
Nulla infatti è in grado di spiegare meglio la vita – e di compere con essa – quanto l’assistere una persona cara durante gli ultimi e preziosi suoi istanti di vita.

Certamente questo è un apprendistato difficile, doloroso e spesso intriso da una leggera sfumatura di collera che solleva mille domande e altrettanti sguardi speranzosi rivolti al cielo.
Eppure quella sofferenza in grado di calamitare l’attenzione e ogni singola cellula del corpo e che non permette di compiere alcun gesto vitale –come bere, mangiare, dormire- né allontanarsi dal capezzale dell’ammalato –proprio come se fossero gli sguardi a mantenerlo ancora in vita- è una lezione di vita di ineguagliabile valore.

O almeno cosi è stato per me quando per ben due volte mi sono trovata a fare i conti con la morte di due persone a me care.
E credo che così sia stato anche per questo figlio protagonista dell’ultimo libro dello scrittore livornese Enzo Gaiotto intitolato Solo me ne vo per la città –esattamente come una vecchia canzone portata al successo da Natalino Otto– e pubblicato lo scorso dicembre da Las Vegas Edizioni.

Lui torna da sua madre e la trova con gli occhi aperti.
Le si avvicina, parlandole come se fosse certo che potesse capire. Le dice parole d’amore, mentre le bagna di nuovo le labbra, facendo tintinnare in cucchiaino nel bicchiere.
Quel suono, nel chiuso della camera, assomiglia a una piccola campana che suona da lontano.



Un figlio molto amato –di cui non viene mai menzionato il nome quasi a voler sottolineare che non è importante l’identità vera e propria bensì tutto ciò che la compone e che la smuove- una madre figlia della guerra, di un amore clandestino consumato in tutta fretta e di una stella del firmamento, ora agonizzante in un anonimo letto d’ospedale e fra di loro il vorticare dei ricordi e l’insinuarsi subdolo e inarrestabile della morte.

Il primario ha detto che sua madre sta per morire, ma forse quanto le rimane da vivere potrebbe essere racchiuso in un tempo diverso da quello che conosciamo e che quantifichiamo, rivelandosi infinito. Si prende il viso tra le mani, stringendosi nelle spalle, constatando di quanti involucri si corazza la speranza prima di arrendersi.


Due giorni e due notti trascorse al capezzale di una madre morente non sono nulla in confronto ad una vita intera vissuta fra sacrifici di ogni genere fatti per allontanare prima la miseria e poi di sfortuna, fra gioie e dolori, delusioni e successi, liti furiose e riappacificazioni, rimorsi e rimpianti eppure in momenti simili tutto si amplifica e si annulla allo stesso tempo e come dentro un cerchio perfetto tutto vi confluisce senza alcun rancore.

Il trascorrere degli anni, le vicende, la durezza del vivere, non hanno annullato in lei la trasparenza dello sguardo e il disegno pallido delle labbra.


E cosi per lui, la sua brillante carriera di studente modello e la successiva ascesa come giornalista di successo sono poca cosa in confronto al fallimento del suo matrimonio e del rapporto con la sua unica figlia fuggita negli Stati Uniti e ora proprio mentre assiste impotente e spaventato all’agonia di sua madre, tutto sembra diventare più pensante, più insopportabile o forse tutto questo è una tappa necessaria e obbligatoria per riprendere in mano la sua vita e tentare di ridisegnare il suo futuro.

Ora che la vita di sua madre è simile alla fiamma di una candela pronta a spegnersi da un momento all’altro, lui può chiedere conforto solo al silenzio che amplifica tutto, alla notte che sembra non finire mai e ad una stella lontana che accende i ricordi e gli permette di rivivere il passato e di intrecciarlo indelebilmente a quello di sua madre e alle loro vite segnate dalle parole –quelle lette da sua madre sui libri tanto amati e poi quelle scritte da lui nei suoi articoli sempre più seguiti- e dalla musica.

I minuti diventano infiniti e immobili: si solidificano e si deformano, si caricano di sofferenza e ristagno.



Solo me ne vo per la città è un libro intriso d’amore e caratterizzato da un ritmo lento e pacato -quasi come una nenia- come a voler sottolineare la rarefazione del tempo che scorre e l’intensità di quegli attimi che come poche altre cose aiutano a riflettere, rammentare e imparare.

Eppure nonostante la visione di quel confine certo e ineludibile che accomuna ogni esistenza sia tangibile in ogni singola pagina di Solo me ne vo per la città, dopo aver terminato il libro e dopo quel sussulto iniziale dell’animo -dettato dalla commozione del momento- non si riesce affatto a provare tristezza per questa storia cosi intensa e piena di significati che ci rammenta di come la vita in realtà sia solo una piccola parentesi in mezzo alla vuoto ma l’importante è vivere intensamente ogni singolo giorno e mettere sempre tanto amore in circolo, dal momento che quello esistente non è mai abbastanza.


Songtrack:





Solo me ne vo per la città, Enzo Gaiotto, Las Vegas Edizioni, 2014 pp.246.





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