Qui non crescono i fiori: il ritorno in libreria del romanzo di Luca Giordano

Ci sono libri che hanno il potere di condurti immediatamente all’interno del loro immaginario, facendoti incontrare personaggi che sembrano già destinati al fallimento e storie che non contemplano affatto un lieto fine. Probabilmente è proprio questa la sensazione che ho provato iniziando a leggere Qui non crescono i fiori, il romanzo d’esordio di Luca Giordano, da poco tornato in libreria grazie al lavoro di TerraRossa Edizoni.

Al centro della narrazione del libro di Luca Giordano c’è una famiglia totalmente disfunzionale, composta da due fratelli che si odiano tra di loro e da un padre violento, alcolizzato e incapace di amare e da una madre scomparsa nel nulla e della quale non parlano mai.

Le vicende di Damiano e  Salvatore – questo è il nome dei due fratelli – e del loro papà si snodano, infatti,  in un’isola del Sud che pur non essendo mai menzionata direttamente – rendendo così la storia intercambiabile e universale – deve necessariamente  trovarsi su una delle tante rotte attraversate quotidianamente dai barconi pieni di migrati e non a caso, lo spettro delle morti in mare aleggia su tutta l’ambientazione e tocca perfino Pietro, il ragazzo che lavora con loro in officina e che sogna di partecipare un giorno al Grande Fratello, proprio in compagnia di Damiano, il fratello maggiore.

Di solito su quest’isola sbarcano uomini dopo giorni infiniti di mare agitato, di sole che picchia e si riflette sull’acqua senza lasciare scampo. La pelle bruciata, le labbra spaccate. La rabbia infinita e la fame. Arrivano su gommoni di fortuna, dopo aver pagato una quantità esagerata di denaro per rischiare di morire poco dopo la partenza, in questo mare che è come un cimitero da attraversare il più in fretta possibile.

pp.31

Damiano è un ragazzo sveglio, capace con la meccanica e per questo da una mano al padre in officina anche se non hai mai capito il perché suo padre sembra trattare meglio suo fratello Salvatore che, invece, è un ragazzino sensibile e perennemente vittima degli scherzi del maggiore.

Le vite dei tre personaggi sembrano scorrere come al solito, fra la monotonia, l’afa e le violenze domestiche, fin quando Salvatore non viene aggredito da uno dei tanti cani randagi che popolano l’isola e così, oltre a necessitare di alcune cure mediche, finisce proprio per diventare suo amico probabilmente perché tra i due non c’è alcuna differenza visto che sono entrambi randagi a loro modo.

Lo trova nello stesso posto in cui l’aveva lasciato, e quando tenta di dargli da mangiare riceve la stessa identica accoglienza. Non ha il tempo di allungare la mano che il cane gli mostra i denti, facendogli capire che è meglio se lascia il cibo a terra.

pp.98

E così, mentre Salvatore inizia a trascorrere molto tempo fuori casa per stare in compagnia dell’animale, finisce per ritrovarsi in un vecchio casolare al quale era stato proibito loro avvicinarsi ed è proprio da qui in poi, che inizia uno strano gioco che segnerà, ancora una volta, il destino di questa famiglia.

In Qui non crescono i fiori, Luca Giordano racconta una storia che sembra la sceneggiatura di un film, per il modo nel quale vengono raccontati i fatti – unendo costantemente passato e presente – per il pàthos che suscita ma, allo stesso tempo, che provocherà al lettore la sensazione di assistere agli eventi con lo stesso pudore e riserbo di quando si spia dal buco della serratura.

Luca Giordano in Qui non crescono i fiori porta in scena una storia difficile, costellata da segreti dolorosi custoditi dai luoghi e dagli oggetti come se fossero veri e propri sudari ma soprattutto, segnata da un amore malato, da violenze domestiche, incomprensioni, gelosie,  invidie e rancori e dalla terribile dicotomia che suscitano l’ “andanza” e la “restanza”.

Il filo conduttore del romanzo di Luca Giordano è la violenza, che nasce quando è stata da sempre respirata o più semplicemente dall’incapacità di non riuscire a controllare le emozioni e gli impulsi incontrollabili e dimostra di come gli animali, a volte, possono essere in grado di offrire un’ancora di salvezza all’individuo.

Allo stesso tempo, la storia di Luca Giordano, dimostra di come l’amore sprecato porta spesso all’odio e di come il sangue e in questo caso specifico il sacrificio, vengano utilizzati per espiare i propri peccati. E senza voler necessariamente tracciare dei parallelismi letterari e non, personalmente, la storia di Luca Giordano – oltre a ricordarmi molto il Niccolò Ammaniti degli esordi – mi ha ricordato anche la storia di Caino e Abele: il fratricidio più celebre della storia e la tragedia per eccellenza che attraverso il sangue lava via la vita.

Per Damiano la vita, la loro condizione e anche suo padre sono ingiusti e questo gli crea un profondo senso di malessere che finisce per riversare sul fratello Salvatore che, a differenza del nome che porta, non può attribuire a sé stesso le colpe della sua famiglia e in particolare la predilezione nei suoi confronti  da parte del padre e così lentamente e inesorabilmente, le tensioni che si accumulano sfociano in un dramma annunciato già dalle prime battute.

In fondo, il fratricidio è e resta una fra le tante mere espressioni di violenza che non ha nulla da insegnare ma il libro di Luca Giordano è davvero una storia tutta italiana bella ma dolorosa, che serve a ricordarci di quanto l’emarginazione, il rifiuto, le incomprensioni e l’essere invisibili siano spesso la causa primaria di tante stragi probabilmente evitabili.

Qui non crescono i fiori, Luca Giordano, Terrarossa Edizioni, 2021 pp. 216.

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