La strada per Los Angeles di John Fante: Arturo Bandini diventerà scrittore?

la-strada-per-los-angeles-john-fante-librofiliaAnche questa volta, John Fante si conferma uno scrittore a suo modo atipico e controcorrente poiché grazie al suo talento e al suo innato anticonformismo – dettato molto probabilmente anche dalle sue origini italiane – ha il dono di fare terra bruciata intorno a sé, forse per via di quella sua scrittura cosi naturale eppure inarrivabile che lui sfodera attraverso pennellate di ironia e sentimentalismo, quasi come se fosse tutto cosi dannatamente scontato e fatto senza nemmeno troppi sforzi. E ai lettori questo, si sa, piace sempre molto.

La strada per Los Angeles oltre ad essere il libro d’esordio di John Fante, scritto tra il 1935 e il 1936 ma più volte rifiutato e perciò pubblicato postumo nel 1985, è il primo capitolo della fortunatissima quadrilogia incentrata su Arturo Bandini che in quest’opera è un diciottenne ribelle, arrogante, scansafatiche e blasfemo e che orfano di padre, vive con la madre e con la religiosissima sorella Mona – con la quale litiga in continuazione per via delle loro divergenze di veduta soprattutto nei confronti della religione, dal momento che Arturo Bandini si professa ateo eppure segretamente cerca anche lui e a suo modo Dio – in una misera casa di Wilmington situata in un palazzotto popolato da filippini, semplicemente grazie all’aiuto economico dello zio Frank Scarpi, poiché il selvaggio e lavativo Arturo Bandini è capace di perdere ripetutamente tutti i lavori nei quali si cimenta e proprio a causa della sua pessima condotta.

No, non c’era lavoro per Arturo Bandini. Me ne andai contento, mi sentivo meglio. Tornai indietro desiderando di avere un aeroplano, un milione di dollari, desiderando che le conchiglie fossero diamanti. Andrò al parco. Non sono ancora una pecora. Leggerò Nietzsche. Sarò un superuomo.



Infatti, Arturo Bandini dietro quel viso apparentemente da bravo e diligente ragazzo bianco – seppur povero e disprezzato – dimostra di essere un astuto calcolatore, un presuntuoso razzista ma soprattutto un gran bugiardo poiché si spaccia per il più grande prossimo scrittore d’America, che ostenta la sua erudizione da autodidatta, il suo parlare forbito e che si fa fregio della sua cultura, ottenendo in cambio il disprezzo dei suoi familiari che per questo motivo continuano a snobbarlo e a bistrattarlo, ritenendolo dannatamente immaturo e stolto.

Poteva mettere in ridicolo la mia fede e perseguitarmi per la mia filosofia, e non mi sarei lamentato. Ma nessuno poteva farsi beffe della mia conoscenza della lingua.



E cosi Arturo Bandini, perennemente ossessionato dall’idea di scrivere un libro ovviamente senza nemmeno avere la più pallida idea riguardo ad una possibile trama, accetta – seppur malvolentieri – l’incarico presso il conservificio della Soyo Company, che puzza di pesce e di povertà ed è popolato da messicani e filippini con i quali cerca ripetutamente lo sconto per dimostrare la sua superiorità, il suo insano egocentrismo e il suo fiero anticonformismo perché Arturo Bandini è convinto che per ottenere la fama, la gloria, la ricchezza, le belle donne e il successo come scrittore bisogna pur sempre disprezzare il titolare dell’azienda, insultare tutti i colleghi filippini e messicani e scatenare con loro furiose e sanguinolente risse.

Lo odiavo talmente che mi venne la nausea. Odiavo tutti loro e gli abiti che indossavano e tutto ciò che li riguardava.



Eppure, nonostante il suo perenne malessere e la platealità di ogni suo gesto, spesso Arturo Bandini risulta perfino tenero e commovente al lettore perché in fondo è un adolescente come tanti, animato solo da due grandi passioni: le donne e i libri di Nietzsche e Schopenauer che divora con fervida passione e che impara a memoria, pur senza comprenderne nemmeno lontanamente il significato e nutre un’unica aspirazione ovvero scrivere un romanzo memorabile ed è ciò che tenta di fare nei momenti liberi dalla fabbrica.

Addio, addio. Mi sedetti e scrissi ancora. La matita grattava la pagina. La pagina su riempiva. Voltavo pagina. La matita procedeva fino alla fine. Un’altra pagina. Da capo a fondo. Le pagine crescevano. Dalla finestra entrò la nebbia fredda e discreta. Ben presto la stanza ne fu piena. Continuavo a scrivere. Pagina undici. Pagina dodici.



Ed è cosi che, il povero Arturo Bandini, apparentemente relegato al suo ruolo di perdente, rifiutato dalla sua famiglia e dalla società stessa e per questo motivo in lotta con l’umanità intera, trascorre le sue giornate sempre identiche: prima lavorando duramente al conservificio e poi cercando rifugio nel parco per leggere i suoi libri preferiti, innamorandosi di ogni donna che vede passare, fin quando deluso, umiliato e annoiato dalla sua stessa condizione, decide di abbandonare la sua famiglia per salire sul primo treno diretto a Los Angeles che rappresenta il futuro e la speranza ma soprattutto l’unica chiave per inseguire il suo grande sogno o più semplicemente per andare incontro al proprio destino, qualunque esso sia.

John Fante

John Fante


La strada per Los Angeles è un libro crudo e sentimentale, nel quale è rinchiuso un po’ il sogno di Arturo Bandini e più in generale una parte del sogno americano stesso, poiché questo libro di John Fante è una sorta di canto d’amore dedicato ai poveri, ai sognatori e a tutti coloro che intendono cavalcare la propria ambizione e John Fante, lascia esattamente per questo motivo, il finale aperto di questo libro, dal momento che è consapevole del fatto che la vita è sempre e soltanto in divenire e le sue possibilità sono come sempre infinite.


La strada per Los Angeles, John Fante, Einaudi, 2005 pp.218. Traduzione Francesco Durante.


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