La grande fame tutti ovvero John Fante e i suoi “racconti della memoria”

la-grande-fame-john-fante-librofiliaLeggere La grande fame di John Fante è un po’ come dichiarare l’assoluta devozione e l’amore totale a questo autore, dal momento che questa raccolta di racconti possiede un senso di perenne déjà vu poiché ogni singola vicenda narrata, appare già vista, già sentita e già vissuta perché utilizzata precedentemente in altri romanzi, seppur con nomi o con caratteristiche differenti.

Tutto questo però non deve mai essere associato, considerato o interpretato come un effetto ridondante, dovuto magari all’assenza di fantasia o all’esaurimento delle tematiche da trattare nei libri bensì bisogna imputare tutto all’assoluta sincerità – dentro e fuori dalle pagine dei libri – di questo autore nato a Denver nel 1909, alla sua totale onestà letteraria ma soprattutto, alla sua insostituibile vena autobiografica, dal momento che buona parte delle vicende narrate nei suoi libri, sono state vissute dallo stesso John Fante in persona.


John Fante

John Fante




I racconti contenuti ne La grande fame, sono stati scritti tra il 1932 e il 1966 e al centro di essi, come sempre del resto, c’è la famiglia – intesa sia come porto sicuro al quale approdare durante le burrasche della vita e sia come gabbia che soffoca le proprie aspirazioni e che opprime le proprie perosnali inclinazioni -, poi c’è il cattolicesimo – per il quale varrebbe lo stesso discorso fatto in precedenza per la famiglia – e infine, ci sono i propri sogni, gli obiettivi da raggiungere – come ad esempio, trovare l’amore o diventare lo scrittore più ricco d’America – e che inevitabilmente si scontrano con la realtà aspra, fatta spesso di delusioni e di amarezze.

Tutte quelle settimane, le cose che dovevo dire, le cose che volevo scrivere, potevo scriverle ora, quei sentimenti nel mio sangue. Si sarebbero mischiati con l’inchiostro e si sarebbero distesi attraverso campi di carta bianca. Corsi via di nuovo alla mia stanza e sedetti davanti alla macchina per scrivere. Tutto scorreva magicamente.



John Fante, a differenza di tanti suoi colleghi scrittori con i quali ha magari condiviso le epoche e gli scaffali nelle librerie, per liberarsi dalla sua condizione di italo-americano povero e squattrinato – figlio di un muratore italiano attaccabrighe e chiassoso – e desideroso di far parte e di essere accettato dagli americani di razza, ha dovuto necessariamente imprimere tutto sulla carta, quasi a voler testimoniare ed esorcizzare la sua condizione poiché per tutti quelli come lui, il destino è già scritto, a partire dal primo vagito.

Baciai mia madre e mi infilai a letto.
Lei se ne andò in camera sua. Udii lo schiocco delle sue articolazioni mentre si inginocchiava; e poi il rumore dei grani del rosario.



Leggere John Fante e immedesimarsi nel suo vissuto, non è un compito semplice e indolore poiché tutto quello che la sua letteratura riesce a sprigionare è impossibile da tradurre e permette al lettore di misurarsi continuamente con se stesso.
Quella di John Fante è infatti principalmente una narrativa basata sulla memoria e pertanto è ricca di aneddoti ed episodi comici e allegri ma contemporaneamente anche dolorosi e malinconici e proprio per questo motivo, dev’essere rispettata a prescindere, dal momento che lì dentro c’è tutta la sua intera esistenza e la sua più intima essenza.

Eppure, i libri di John Fante, fanno davvero bene all’anima dal momento che ha quel maledetto vizio di prendere per mano il lettore e condurlo nella sua intima e personale visione, per ricordargli che giunti ad un determinato punto, tutte le differenze si annullano e la condizione umana resta invariata da qualsiasi punto di vista la si vive o la si osserva – che tu sia ricco o sia povero – e fino a quando c’è il battito nel cuore, l’aria nei polmoni e il vino nei bicchieri, tutto è ancora fottutamente possibile e concesso.


La grande fame, John Fante, Einaudi, 2007 pp. 346. Traduzione Francesco Durante.


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