Jenny e altri imprevisti di Jincy Willett e i racconti molto anni Ottanta

jenny-e-altri-imprevisti-jincy-willett-recensione-librofiliaSe è vero che gli anni Ottanta oltre a sfornare i fuseaux fluo, le mitiche spalline a una miriade di altri oggetti e accessori davvero osceni se concepiti col senno di poi, hanno lasciato al mondo letterario tanti buoni racconti –che esattamente in quel periodo hanno conosciuto il loro momento topico- e sicuramente Jincy Willett e la sua raccolta Jenny e altri imprevisti merita un posto di tutto rispetto.

Premetto che prima di leggere Jenny e altri imprevisti non sapevo nemmeno chi fosse Jincy Willett e solo ora scopro che questa paffuta signora di San Diego è una delle migliori scrittrici di racconti in circolazione, peccato però che Jenny e altri imprevisti sia l’unica opera attualmente tradotta in Italia e trattandosi di una raccolta di racconti, tutti voi ben sapete cosa vuol dire provare a vendere racconti in Italia e qui preferisco fermarmi e non aggiungere altro.

Jenny e altri imprevisti fu pubblicata per la prima volta nel 1987 –e anche se non fregherà praticamente a nessuno, ci tenevo a dirvi che io e questa raccolta di racconti di Jincy Willett abbiamo praticamente la stesa età- e ripubblicata nel 2002 dopo l’insistente esortazione da parte dello scrittore umorista David Sedaris e finalmente giunta lo scorso anno anche in Italia grazie a Carta Canta Editore.

I tredici racconti contenuti in Jenny e altri imprevisti sono tutti pervasi da una costante sensazione di solitudine e di spaesamento e pur mostrando una vena ironica e umoristica soprattutto nei confronti delle avversità, sembrano possedere un ascendente piuttosto cupo, sinistro e imprevedibile nonché una speciale propensione verso la morte, che è in qualche modo presente in quasi ogni racconto.

La penna di Jincy Willett infatti pur restando ben ancorata alla carta con precisione ed eleganza, adora spiazzare il lettore: condurlo fuori strada per poi riportarlo in carreggiata a tempo debito e regala dialoghi intelligenti anche se spesso interrotti, creando una punta di fastidio dal momento che qualsiasi lettore sa bene quanto i dialoghi siano fondamentali nei racconti poiché devono restituire in poche battute, intere pagine di trama e di divagazioni narrative.

I corpi sono programmati per gestire lo spavento.



E cosi fra brutali assassinii, eventi paranormali, rapporti familiari non sempre idilliaci, donne alle prese con gli scombussolamenti della loro vita interiore e fallimenti personali di ogni sorta, Jincy Willett ci presenta i suoi personaggi ambiziosi e meschini contemporaneamente, poiché con l’ambizione cercano di mascherare il loro disgusto ma dinanzi alla banalità continuano a tirar fuori il loro lato peggiore, mossi sempre e soltanto dall’egoismo verso i loro spesso insulsi desideri e le loro viscide speranze.

La verità è che ho una vena di cattiveria. Le persone banali tirano fuori il peggio di me.



Tutti belli, tristi e malinconici i racconti di Jincy Willett contenuti in Jenny e altri imprevisti ma purtroppo alcuni risentono un po’ della loro anzianità –come me insomma- e in alcuni passaggi risultano un po’ datati soprattutto nei confronti di quell’euforia tipica degli anni Ottanta di cui sono impregnate alcune pagine dettata dalla leggerezza, dalla spensieratezza e dal desiderio un po’ folle e ingenuo di aspirare ad un mondo non diverso bensì alternativo.

Diciamo che da questi racconti di Jincy Willett mi aspettavo di sogghignare in modo amaro e di stupirmi allo stesso tempo ed invece sono solo pochi i racconti che salverei, ovviamente tutti scritti in modo meraviglioso ma solo in pochi hanno fatto davvero breccia nella mia anima.

La gente ha bisogno di parole da dire. Le parole ti aiutano ad ancorare le cose in modo che non ti scompaiano addosso, che non cambino forma.



Ciò che però ho particolarmente apprezzato è il leitmotiv dell’intera raccolta ovvero dettato da quell’amara consapevolezza che dimostra come esiste sempre un lato divertente in tutte le cose, anche in quelle che appaiono dolorose, brutali e prive di significato, poiché la felicità –o ciò che più le potrebbe assomigliare- è come una mappa da seguire: piena di indicazioni molto spesso incomprensibili ma sempre e comunque caratterizzata da piccoli o grandi dettagli: basta solo saperli osservare.

Jenny e altri imprevisti, Jincy Willett, Carta Canta Editore, 2014 pp.247. Traduzione Laura Mengozzi.




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