I racconti della memoria di Ornela Vorpsi e Il paese dove non si muore mai

Ornela Vorpsi

La prima volta che ho sentito parlare dell’Albania ero solo una bambina con i capelli tagliati a caschetto e qualche dentino mancante e mi apprestavo a compiere, in compagnia della mia famiglia, il mio primo viaggio all’estero e la meta prescelta – tanto per cambiare – era la Grecia e per raggiungerla, in nave, l’Albania bisognava oltrepassarla e nessuno mi aveva ancora detto che poi, durante l’intera permanenza, l’avrei avuta davanti agli occhi per ben due settimane: con il suo profilo grigiastro, irregolare e sinuoso di giorno e le sue luci lontane e sfuocate di notte.

L’ Albania mi è sempre parsa una nazione così lontana, misteriosa e con nome buffo che mi ricordava tanto quel cantante italiano dal vocione grosso e dal viso paffuto che, proprio a quella nazione, deve il suo singolare nome di battesimo.

Qualche anno dopo, però, di quella stessa nazione avrei sentito tanto parlare al telegiornale della sera e anche se non capivo molto, sapevo che lì stava accadendo qualcosa di brutto perché vedevo bombe scoppiare, gente piangere e scappare a bordo di barconi fatiscenti e ringraziare il cielo una volta giunti nella loro terra promessa: l’Italia.

Migranti albanesi giunti in Italia

Io alcune di quelle persone, giunte in Italia in questo modo, le ho conosciute per davvero e ogni volta che ascolto i loro terribili racconti, non posso fare a meno di provare un brivido lungo la schiena e un profondo senso di ammirazione per il loro coraggio e per gli occhi lucidi che ancora riescono a far accendere: persone generose, squisite e dall’animo immenso.

Dedico questo libro alla parola umiltà, che mana al lessico albanese. Una tale mancanza può dar luogo a fenomeni assai curiosi nell’andamento di un popolo.

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Ornela Vorpsi e il paese immortale

Leggere Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi mi ha fatto pensare a questi uomini e a queste donne ma soprattutto a quelli che sono arrivati in Italia che erano ancora bambini e bambine e qui sono diventati adulti e hanno messo addirittura su famiglia e allo stesso modo, ho pensato a quei poveri esseri umani che, ancora oggi, sbarcano sulle nostre coste – sono cambiate le rotte di provenienza ma, purtroppo, non la sostanze – e a quel ministro italiano arrogante e amante delle felpe e degli slogan e alle sue squallide proposte che minacciano l’umanità intera e verso il quale è impossibile non provare un odio cieco.

Il racconto che chiude Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi è quello che, con molta probabilità, mi ha smossa maggiormente poiché mi ha ricordato la bellezza e la generosità di questa nazione nella quale, per alcune ragioni personali, torno ormai sempre più spesso.

La colonna vertebrale è di ferro. La puoi utilizzare come ti pare. Se capita un guasto, ci si può sempre arrangiare. Il cuore, quanto a lui, può ingrassare, necrosarsi, può subire un infarto, una trombosi e non so cos’altro, ma tiene maestosamente. Siamo in Albania, qui non si scherza.

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Ornela Vorpsi ne Il paese dove non si muore mai compone il suo personale tributo nei confronti della sua nazione e del suo popolo durante la terribile dittatura di Enver Hoxha, partendo dai propri ricordi e dalle proprie personali riflessioni e lo sviluppa non attraverso una forma lineare o continuativa bensì come una sorta di flusso continuo e inarrestabile di pensieri, ricordi e memorie che restituiscono al lettore un pezzo triste e sconvolgente della storia albanese.

E così, con ironia e malinconia, Ornela Vorpsi rievoca i fatti e i misfatti della sua infanzia e della sua giovinezza nell’Albania degli anni Settanta e Ottanta e attraverso i quali scopriamo un popolo orgoglioso, coraggioso, fiero e fedele ai propri riti ma soprattutto convinto di essere immortale.

Ornela Vorpsi

Quello che traspare leggendo Il paese dove non si muore mai è un flusso di coscienza, di memoria e di ricordi, dal quale emergono racconti che aiutano a capire meglio questa nazione e personaggi singolari che la rendono a suo modo unica.

Avevo sei o sette anni quando mi strinsi forte a mia madre capendo con terrore che lei, mia madre, la chiave di tutto, era impotente.

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Leggere Il paese dove non si muore mai di Ornela Vorpsi equivale a fare un salto indietro nel tempo e provare a comprendere le ragioni che hanno spinto uno spropositato numero di persone ad abbandonare la propria patria – esattamente come hanno fatto Ornela e sua madre – per raggiungere l’Italia, ricominciando una nuova vita e scoprendo che, lontano da casa, ci si può davvero ammalare e addirittura morire.

Ornela Vorpsi ne Il paese dove non si muore mai – che letto ora risulta un tantino datato e anacronistico, pur rimanendo una valida e precisa testimonianza – tratteggia, in tono ironico e consapevole, i difetti del suo popolo, comprese le abitudini, la mentalità, la malinconia innata e la sofferenza mai sopita ma, allo stesso tempo, dimostra di quanto siamo così dannatamente simili nonostante la distesa di acqua che corre apparentemente a separarci.

Il paese dove non si muore mai, Ornela Vorpsi, Einaudi, 2005 pp. 111.

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