I figli del diluvio: Lydia Millet e la sua personale riscrittura della Bibbia

In questo marasma di uscite editoriali spesso quasi tutte uguali e incentrate sui medesimi argomenti, I figli del diluvio di Lydia Millet rappresenta una sorta di ventata di aria fresca in questo clima estivo già torrido, soffocante e insopportabile.

È la prima volta che Lydia Millet viene tradotta in italiano e a questo punto, spero vivamente che NN Editore porti presto in Italia anche gli altri libri di questa scrittrice americana, nata a Boston nel 1968 ma che non avevo nemmeno mai sentito nominare prima di leggere I figli del diluvio.

Lydia Millet

Questo è un libro che ha molti temi in comune con quelli già ampiamente affrontati da Jenny Offill nei suoi libri e non a caso, le due scrittrici oltre ad essere colleghe sono anche amiche nella vita e sostengono affettuosamente i reciproci lavori e possiamo solo immaginare di quanto sia importante il sostegno sincero e disinteressato in un panorama famelico e brutale come quello letterario.

I figli del diluvio è, infatti, un libro che narra le vicende di un gruppo di ragazzini che trascorrono l’estate in una casa dell’Ottocento, situata a pochi passi dall’Oceano, insieme ai loro genitori desiderosi di ritrovarsi per una lunga rimpatriata dopo esser stati molto uniti al college. E proprio in questa occasione, i ragazzi iniziano uno strano gioco nel quale tentano in ogni modo di non svelare l’identità dei propri genitori, dei quali si vergognano, a tal punto da punirli per il loro essere se stessi e di temere di diventare come loro ma i quali,  per tutta risposta, trascorrono il loro tempo libero a bere e a fingere che vada sempre tutto bene.

Eravamo severissimi con i genitori e impartivamo varie misure punitive. Li prendevamo in giro, rubavamo le loro cose, contaminavamo cibo e bevande. Non se ne accorgevano. Ed eravamo convinti che le punizioni calzassero a pennello per i loro crimini. Anche se il peggiore di quei crimini era difficile da descrivere e quindi da punire: il fatto stesso che fossero così, l’essenza della loro personalità.

pp.13

E così, man mano che ci addentriamo nella storia, scopriamo che questi ragazzi – ai quali sono stati sequestrati i tablet e gli smartphone – essendo molto svegli ed intelligenti, vengono lasciati completamente a loro stessi, vivono ignorando le istruzioni e scendono persino a patti con il tempo che passa e con la fine del mondo mentre i loro genitori hanno semplice. mente adottato la tattica del rifiuto della realtà e dalle sue relative conseguenze.

In quel periodo, come molti di noi, stavo venendo a patti con la fine del mondo. Il mondo che mi era familiare, perlomeno. Gli scienziati dicevano che stava per finire, i filosofi che stava per finire da sempre. Gli storici dicevano che c’erano già state epoche oscure. Tutto si sarebbe risolto comunque, perché alla fine, se eri paziente, l’illuminazione sarebbe arrivata, insieme ad una vasta gamma di aggeggi Apple.

pp. 27

E mentre l’avvicinarsi improvviso di un uragano minaccia di spazzare via ogni cosa che trova sul proprio passaggio, i ragazzini – di età compresa tra i sette e i diciassette anni – si apprestano ad assistere alla fine del mondo e allo stesso tempo, si mettono in testa di salvare loro stessi e gli animali che incontrano, dimostrando grande maturità e coraggio e ispirandosi alla Bibbia illustrata, ricevuta in regalo da Jack: il fratello della voce narrante del romanzo, che grazie alla sua arguzia e al suo candore, rappresenta l’anima pura e innocente del gruppo.

Lontani, diventano astrazioni, idee. E le idee sono più romantiche delle persone.

pp. 115

Dopo il passaggio dell’uragano, esternamente è ormai tutto ridotto ad un cumulo di macerie, circondate da rifiuti, petrolio, agenti inquinanti e morti mentre internamente la casa somiglia ad una vera e propria Torre di Babele, nella quale i genitori vagano perennemente sballati mentre i ragazzini cercano di mettersi in salvo ad ogni costo. E così, approfittando della confusione e delle incertezze, recuperano i loro apparecchi digitali e scappano di casa, guidati dal giovane Burl, piombato per caso e che rappresenta una vera e propria scintilla di salvezza – esattamente come un giovane Messia – e cercano rifugio in un granaio.

E no, non saremmo stati così per sempre. Lo sapevamo, razionalmente. Ma l’idea che quei rottami che vagavano per la grande casa fossero una visione di quello che ci aspettava… col cazzo. Avevano avuto delle ambizioni? O semplicemente anche solo un po’ di rispetto per se stessi? Ci facevano vergognare. Erano un monito.

pp.15

In questo bel romanzo di Lydia Millet, dalle tinte grottesche e surreali, che reinterpreta a proprio modo la Bibbia e i suoi messaggi, ogni elemento trova la propria collocazione e non viene mai lasciato al caso, dimostrando di come la natura spesso venga interpretata male e di come ogni cosa sia un simbolo, compreso Dio e la scienza.

E così, questo gruppo di ragazzini rabbiosi, insolenti, depressi e disorientati, raccontati da Lydia Millet, dimostra come anche in un territorio caotico e irriconoscibile è possibile mettersi in salvo, attraverso la collaborazione e la solidarietà di un gruppo ma anche mediante la compassione che, nonostante tutto, essi finiscono per provare verso i loro genitori e dimostrando così che forse, dopotutto, un barlume di speranza e di spirito di sopravvivenza è ancora possibile.

A un certo punto, eravamo stati travolti da una specie di disperazione. Perché anche se i genitori ci infastidivano e ci trattavano con sufficienza, anche se disprezzavamo loro e tutto ciò in cui credevano, ci eravamo affidati alla loro costanza. Per tutta la nostra vita erano stati un’abitudine.

pp.193

Lydia Millet ne I figli del diluvio ci racconta una storia che descrive perfettamente questi nostri tempi incerti, le crisi sociali e i cambiamenti climatici ma soprattutto fotografa quell’inevitabile conflitto generazionale che come un lampo nel cielo, traccia e segna il delicato passaggio tra la fine dell’adolescenza e l’ingresso verso la maturità.

I figli del diluvio, Lydia Millet, NN editore, 2021 pp.201. Traduzione Gioia Guerzoni.

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