Città amara di Leonard Garner e il pugilato come metafora di vita

Città amara

Quella narrata in Città amara, il primo e unico romanzo di Leonard Gardner, è la storia di Billy Tully, un ex pugile che per colpa dell’alcool e delle cattive abitudini, perde la moglie e manda letteralmente in frantumi una carriera sportiva destinata ad una rapida e sicura ascesa e una relativa sicurezza economica.

Ecco perché l’uomo, adesso, abita dentro squallide stanze d’albergo nei sobborghi di Stockton e lavora come bracciante agricolo a cottimo – pur di mettere qualcosa nello stomaco e per assicurarsi l’ennesimo bicchiere – anche se, segretamente, sogna di riconquistare sua moglie e di salire nuovamente sul ring, perché è ben consapevole che questi due elementi sono correlati tra loro e solo se ben incastrati, possono essere in grado di dare una sterzata alla sua vita.

Allo stesso tempo però, questo libro, narra anche la storia di Ernie Munger, un giovane pugile ancora pieno di sogni e di speranze che, senza nemmeno accorgersene, si ritrova marito, padre e pugile in ascesa.

Città amara

Leonard Gardner

La città amara di Billy Tully e Ernie Munger

Entrambi i protagonisti hanno, infatti, una missione da compiere e tanta fame di soldi, di successo, di speranze ma soprattutto di riscatto e proprio quando i due si ritroveranno sul ring – in modo fortuito, casuale e pronti a darsele di santa ragione – ecco che, il destino e il corso degli eventi, saranno pronti a metterli alla prova, per studiare la loro resistenza e per testare sino a che punto sono effettivamente pronti a spingersi in nome della boxe e soprattutto, se nonostante le numerose vicissitudini, gli ostacoli, i lividi, i tagli e le ferite, saranno realmente in grado di rialzarsi e di continuare a combattere.

Città amara

Città amara è un libro molto semplice, onesto, sincero e talmente reale poiché senza particolari artifici o colpi di scena, mostra uno spaccato di vita dell’America degli anni Cinquanta, nel quale la boxe diventa una vera e propria metafora di vita e uno strumento di redenzione, che permette di far risalire a galla e di lasciar cristallizzare tutta la bellezza e la spietatezza della vita e dei suoi numerosi ostacoli.

Sperare non è mai servito a niente. Devi volere la vittoria. Devi volerla così tanto da sentire il sapore in bocca. E se la vuoi davvero, vinci. Devi pensare: cascasse il mondo.

Leonard Garder, attraverso Città amara, con eleganza e con maestria, porta in scena uno spaccato americano difficile da dimenticare e fotografato come uno dei tanti sobborghi californiani, popolati da disperati e da individui senza fissa dimora ma anche da braccianti a cottimo ormai delusi dalla vita ma con la voglia di tornare sul ring, nonostante la paura e la consapevolezza di esser capace di distruggere tutto e di avvertire la profondità del baratro sotto i piedi.

Città amara

Stockton (California)

Ecco forse perché Città amara è un libro che mi è piaciuto particolarmente, dal momento che non ha necessariamente bisogno di un lieto fine oppure di un eroe redento e pronto a dimostrare al mondo le sue innumerevoli qualità, bensì è capace di miscelare alla perfezione l’incapacità di stare al mondo, il fallimento degli amori e dei sogni ma che è capace anche di utilizzare la boxe per veicolare le arrabbiature, le fatiche, i successi e anche le sconfitte, le rivalità, i riscatti ma soprattutto per spiegare la vita.

Città amara

Se non lo sapevate ancora, anche se apparentemente è uno sport poco femminile, io adoro la boxe perché possiede una forza evocativa non indifferente e perché è una parafrasi della vita stessa e la colpa di questa mia insana e stramba passione è tutta da attribuire a mio nonno materno che, sin da quand’ero piccola, sintonizzava spesso la tv su questi match nei quali due individui a torso nudo ma con pantaloncini e guantoni dai colori piuttosto accesi, in un quadrato capace di suscitare pathos e curiosità, se le davano di santa ragione.

Città amara, Leonard Gardner, Fazi Editore, 2015 pp. 203. Traduzione Stefano Tummolini.

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