Un altro tamburo: il libro ingiustamente dimenticato di William Melvin Kelley

Ho letto Un altro tamburo di William Melvin Kelley proprio nei giorni in cui, in Italia, veniva incendiata – per la seconda volta in pochi mesi – una libreria antifascista, veniva assegnata la scorta ad una senatrice della Repubblica, sopravvissuta all’Olocausto e testimone della Shoah – per via degli insulti e delle minacce ricevute in seguito alla sua proposta di istituire una commissione contro l’odio – e veniva, inoltre, insultato un calciatore perché di colore e probabilmente, mai lettura fu più azzeccata per constare, ancora una volta, che mai nulla è cambiato quando si parla di odio e di razzismo e forse niente cambierà mai.

William Melvin Kelley

William Melvin Kelley, attraverso questo suo romanzo d’esordio – pubblicato nel 1962 – immagina cosa accadrebbe se, in uno stato immaginario dell’America segregazionista sul finire degli anni Cinquanta, tutti i neri andassero via all’improvviso e senza dare alcuna spiegazione e lo racconta in una maniera nella quale il lettore attende, da un momento all’altro, una sconcertante rivelazione sul motivo di questa bizzarra partenza di massa – creando così un mix di attesa crescente e di attenzione nei confronti della narrazione – ma che, invece, non avviene mai, lasciando le cose ad una loro naturale evoluzione e soprattutto facendo in modo che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni.

Quando dobbiamo fare una cosa, non è che la facciamo e basta, pensiamo se è il caso di farla: pensiamo a tutta la gente che dice che certe cose non andrebbero fatte. E quando ci abbiamo pensato ben bene, finiamo per non farla.

pp.131

Eppure, leggendo Un altro tamburo di William Melvin Kelley bisogna effettivamente andare oltre e provare ad insinuarsi nelle vite dei personaggi che popolano il romanzo che, a mano a mano, ci mostrano il loro punto di vista e la loro versione dei fatti, lasciando che il libro diventi così una sorta di romanzo corale a tutti gli effetti, nel quale la maggior parte dei bianchi riconosce, ancora una volta, la propria insulsa supremazia sui neri, anche quando questi ultimi sono colti e hanno studiato presso le migliori università degli stati del Nord.

Amo il Sud dal profondo del cuore e anche se a dirlo sembra la cosa più smielata del mondo, mi viene da piangere ogni volta che lo vedo per quello che è e lo paragono alla mia idea di quello che potrebbe essere.

pp.174

Il libro di William Melvin Kelley inizia con il racconto di un gruppo di schiavi che vengono scaricati da una nave per essere poi rivenduti al miglior offerente e da questo punto in poi, parte una storia che coinvolge e intreccia le vicissitudini di due famiglie ben diverse tra loro, a partire dal colore della pelle: i Willson – bianchi e facoltosi – e i Caliban – neri e poveri – fin quando, Tucker Caliban, ricopre di sale il terreno che ha acquistato proprio dai Willson con i suoi risparmi, da fuoco alla sua casa, raccoglie i suoi familiari e va via senza fornire alcuna spiegazione, lasciando i suoi concittadini bianchi completamente perplessi e dando vita ad uno strano fenomeno migratorio, nel quale tutti i neri – senza apparente motivazione – lasciano l’immaginaria cittadina di Sutton.

Chiunque, chiunque si può liberare dalle catene. Quel coraggio, per quanto sia nascosto in profondità, aspetta sempre di essere chiamato fuori. Basta solo usare le parole giuste, e la voce giusta per pronunciarle, e uscirà ruggendo come una tigre.

pp. 173

Sulle prime, la popolazione bianca di Sutton sembra sollevata perché così ci sarà più lavoro, meno concorrenza e più spazio vitale ma ben presto, si accorge che, al contrario, la partenza di tutti i neri è una grave perdita poiché ci sono interi campi da coltivare e poca manodopera, gli empori avranno sempre meno clienti ma soprattutto inizierà a scarseggiare il cibo e poi, i bianchi, questa volta con chi odieranno? Contro chi se la prenderanno? Chi potranno accusare per le cose che non vanno bene?

L’ occasione capita una volta sola. Arriva un momento che puoi e te la senti. Quando manca una delle due cose, è inutile anche provarci. Se lo puoi fare e non te la senti, perché farlo? E se te la senti ma non ci sono le opportunità, finisce che vai a sbattere la testa contro una macchina che ti viene incontro a cento all’ora. È inutile anche solo pensarci, se non ci sono le due cose. E se le hai avute entrambe e hai perso l’occasione, tanto vale che te lo scordi: ormai è passata per sempre.

pp. 213

Eppure, qualcuno è ancora rimasto da odiare ovvero una delle figure chiave e più emblematiche dell’intero libro di William Melvin Kelley e cioè il Reverendo Bradshaw che alla notizia della partenza di Tucker Caliban si precipita nella cittadina di Sutton e dà vita ad un finale che mette addosso tanta rabbia, tanta rassegnazione e tanta impotenza, la stessa che non dovremmo permetterci di avere in questi tempi moderni dominati dalla tecnologia, dall’avanguardia e da una paradossale e dilagante tendenza all’odio, alla violenza, al razzismo e all’indifferenza totale e che, probabilmente, solo la cultura e la lettura di libri come Un altro tamburo di William Melvin Kelley potrebbero provare ad arginare.

Un altro tamburo, William Melvin Kelley, NN Editore, 2019 pp. 246. Traduzione Martina Testa.

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