Tich Nhat Han e il suo dono del silenzio: tra consapevolezza e meditazione

Il silenzio non è privazione, vuoto. Più spazio creiamo per l’immobilità e il silenzio e più abbiamo da dare a noi stessi sia agli altri.

No no, tranquilli non sono in preda a nessuna deriva new age o robe simili ma è solo che, a volte, mi sembra proprio che i libri fanno un po’ quello che gli pare e si presentano esclusivamente secondo delle logiche non sempre comprensibili al volere umano.

Ricordo era maggio 2020: piano piano, in Italia, si stanno allentando le varie restrizioni post-pandemiche ed è previsto un apparente ritorno alla normalità peccato che io, in quel momento, non avevo nulla a cui tornare: niente lavoro e zero prospettive su cosa fare.

Nel frattempo, acquisto due libri: questo del più celebre maestro zen Thich Nhat Hanh e “Il silenzio” di Erling Kagge, il secondo mi piace e lo divoro mentre il primo lo abbandono dopo nemmeno venti pagine, pensando proprio “It’s not my cup of tea”.



Dopo quasi due anni riprendo dallo scaffale questo libro, complice anche la recente dipartita di Thich Nhat Hahn, lo leggo avidamente e sottolineo diversi passaggi.

Tich Nhat Han

Ora, il punto non è tanto sapere cosa mi ha insegnato, cosa ho imparato e cosa ne farò di quello che ho appreso, quanto sottolineare il fatto buffo che i libri, come tutte le cose, hanno il loro tempo e il loro momento e sono sempre e solo loro a deciderlo.

Il dono del silenzio, Tich Nhat Han, Garzanti, 2015, pp.157. Traduzione Sara Caraffini.

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