Le cose che restano di Jenny Offill: quando la famiglia significa anche vulnerabilità

Sembrava una felicità di Jenny Offill – pubblicato nel marzo del 2015 da NN Editore – è stato un libro che ha totalmente diviso in due il popolo dei lettori: da un lato chi ne osannava la bellezza e ne sottolineava la diversità di linguaggio; dall’altro lato invece chi, proprio per via di quella diversità, non ne è riusciva ad afferrare il contenuto – sempre ammesso che ce ne sia stato uno – e ovviamente, io mi sono collocata nel bel mezzo della diatriba e ho preferito apprezzarne solo l’originalità, sottolineando il fatto di come ci siano mille modi e mille linguaggi diversi per fare letteratura.

Ho appena terminato la lettura de Le cose che restano, il primissimo romanzo di Jenny Offill, pubblicato nel 1999 negli Stati Uniti e finalmente giunto anche in Italia lo scorso maggio e come già sospettavo, anche in questo caso ci troviamo dinanzi ad un libro totalmente atipico, eccentrico e lontano dal possedere una trama lineare perché Jenny Offill attraverso la sua scrittura, adora costruire sentieri astratti nei quali far confondere il lettore, dandogli successivamente mille input diversi ai quali tentare di aggrapparsi ed infine obbligandolo a fare mille diverse deviazioni.
Questo è il metodo di scrittura di Jenny Offill e questo è il suo modo di fare letteratura ma soprattutto questo è il suo stile, può piacere o non piacere ma resta comunque il suo personalissimo marchio di fabbrica.

Jenny Offill (fonte: ahorasemanal.es)

Jenny Offill (fonte: ahorasemanal.es)

Le cose che restano è la storia di una bambina di otto anni di nome Grace e del modo in cui percepisce il mondo che la circonda ma soprattutto di come percepisce i suoi genitori ovvero un padre totalmente razionale e devoto alla scienza – a tal punto da arrivare a condurre un programma televisivo incentrato sulle numerose curiosità scientifiche – e una madre che invece ama i volatili, le narra di lontane e terrificanti leggende africane e le impartisce lezioni scolastiche direttamente in casa e pertanto la piccola Grace osserva il mondo circostante con i suoi vispi occhietti e cresce combattuta fra queste due entità genitoriali ben diverse fra loro, che non fanno altro che influenzarla negativamente e accrescere la sua vulnerabilità.

Anche ne Le cose che restano, il filo conduttore rimane la scienza e la sua visione poetica del mondo ma se vi aspettate dal libro, appigli o ancore di salvataggio alle quali aggrapparvi con tutte le vostre forze durante le numerosi divagazioni tipiche della scrittura di Jenny Offill, sappiate che non ce ne sono affatto e che vi troverete totalmente in balia dell’incertezza e del caos – interiore ed esteriore – esattamente come dentro una forte mareggiata, nella quale non potete far altro che lasciarvi trascinare dalle onde.

Esattamente come da Le cose che restano non dobbiamo aspettarci un lieto fine poiché nelle storie strampalate, basate sulla follia, sull’eccentricità, sulle nevrosi e sulla mancanza di controllo e di equilibrio, quasi mai esiste la via d’uscita o la totale redenzione e forse , tutto questo accade anche con determinati libri che si prospettano affascinanti e intriganti per il modo in cui vengono concepiti e scritti ma che alla fine, si rivelano totalmente privi di appeal e poco soddisfacenti.

E purtroppo stavolta a risollevare questo libro di Jenny Offill, non è bastato nemmeno l’apparente romantico episodio “on the road” – che di solito rinvigorisce buona parte dei romanzi, a parte il più celebre libro di Jack Kerouac – nel quale la piccola Grace e sua madre, in preda al delirio e alla follia, lasciano il Vermont per dirigersi fino alla festosa e chiassosa New Orleans, città amatissima dalla bizzarra donna.

New Orleans durante il Mardi Gras (fonte: stunningplaces.net)

New Orleans durante il Mardi Gras (fonte: stunningplaces.net)

Esattamente come non è servito il classico patchwork letterario ormai tipico della scrittura di Jenny Offill che nel libro precedente si era rivelato l’unico punto di forza mentre ne Le cose che restano finisce per destabilizzare e annoiare, perché frammentare continuamente la narrazione o semplicemente essere sballottati da una parte all’altra durante la lettura non è sempre cosa giusta e piacevole e infine calcare troppo la mano con l’utilizzo della fantasia, finisce per sfocare definitivamente i contorni della realtà.

Le cose che restano, Jenny Offill, NN Editore, 2016 pp.235. Traduzione Gioia Guerzoni.

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