Il giorno della locusta di Nathanael West ovvero Hollywood e la distruzione dei sogni

cop TuenaSe è vero che la gente fugge in California alla ricerca dei soldi, del successo, della guarigione o più semplicemente della morte, in realtà è solo ad Hollywood che deve recarsi se vuole realizzare o distruggere i propri sogni.

Detto cosi, potrebbe suonare un tantino macabro o profetico ma allo stesso tempo tutto questo, giustificherebbe il perché buona parte della gente più bizzarra piomba ad Hollywood senza preavviso e con tanta voglia di sfondare, come se una valigia piena di sogni e speranze bastasse a garantirsi un accesso privilegiato nella scalata al fantomatico successo.

In fondo, Hollywood potrebbe rappresentare per tutti una possibilità perché riproduce in studio i sogni, le speranze e i drammi proprio come se si trattasse di una fabbrica asettica, priva di anima e di scrupoli.
Insomma a Hollywood anche l’ultimo idiota può sentirsi importante, peccato che solo in pochi hanno realmente compreso che quella è tutta scena, perché la realtà è ben altra cosa.

Sicuramente, l’ha compreso Tod Hackett, un uomo complicato e con un innato talento per la pittura, giunto ad Hollywood solo da pochi mesi con tante speranze e altrettanto entusiasmo e finito ben presto a lavorare come costumista e scenografo di scena.
Tod Hackett frequenta party esclusivi, popolati da gente spietata in cerca di successo e pronta ad indossare qualsiasi tipo di maschera pur di raggiungere il proprio scopo e inoltre è perdutamente innamorato della bella, vanitosa e algida Faye Greener, aspirante attrice che puntualmente respinge l’amore del povero Hackett.

In mezzo a tutto questo marasma si muovono – esattamente come locuste in un deserto – una moltitudine di personaggi stravaganti, ognuno di loro giunto ad Hollywood per inseguire la propria aspirazione e ritrovatosi invece solo con un pugno di sabbia in mano.


Solo coloro che hanno ancora un po’ di speranza possono trarre beneficio dalle lacrime. Quando finiscono, si sentono meglio.


Esattamente come Homer Simpson – si vocifera inoltre che il celebre fumettista americano Matt Groening trasse spunto proprio da questo personaggio di Nathanael West per dar vita allo strampalato capofamiglia de I Simpson– un uomo mite, umile ma sessualmente represso, piombato ad Hollywood per motivi di salute e ritrovatosi poi –ormai privo di speranze ma pieno di angoscia- al centro di un’intricata vicenda amorosa.

E forse è proprio l’angoscia la chiave di lettura e il messaggio che Nathanael West lancia dalle pagine del suo Il giorno della locusta, dal momento che dietro le apparenze, il vuoto e l’aridità dei sentimenti che spopola fra il mondo del cinema e gli abitanti di Hollywood –costretti ad indossare quasi sempre una maschera- si nasconde un senso di angoscia e di disagio perenne.
In fondo, funziona più o meno sempre cosi quando si è costretti ad indossare abiti che non sono i propri.

È difficile ridere del bisogno di bellezza e di romanticismo, non importa quanto ciò che ne derivi sia privo di gusto, persino orribile. Ma è facile sospirare. Poche cose sono più tristi di quelle davvero mostruose.



L’inquietudine, il disagio, la disillusione e la sofferenza interiore sono temi cari a Nathanael West che aveva già ampiamente trattato –a mio avviso in modo decisamente superiore- in Signorina Cuorinfranti, un libro pubblicato ben sei anni prima rispetto a Il giorno della locusta, eppure inspiegabilmente sottovalutato e un tantino snobbato.

Il giorno della locusta è considerato fra i 100 migliori romanzi del secolo scorso eppure ammetto candidamente che non riesco a comprenderne fino in fondo la ragione.
Certamente è un romanzo ben scritto e rende alla perfezione il concetto di alienazione e di spaesamento che si prova all’interno di una società farlocca e proiettata solo verso il raggiungimento di uno scopo a ogni costo e quindi del calpestamento compulsivo di tutto ciò che ne impedisce la corsa.

A mio avviso, Il giorno della locusta non convince appieno perché lascia ampio spazio a personaggi secondari e a divagazioni un tantino noiose e superflue che rendendolo un po’ troppo impersonale e confusionaria l’opera.

Sinceramente mi aspettavo ben altro da Il giorno della locusta, considerato da molti come un vero e proprio capolavoro mentre il mio entusiasmo e la mia curiosità si sono ben presto arenati e poi a volerla dire tutta, alcuni passaggi del libro mi ricordavano troppo Il grande Gatsby –seppur scritto ben quattordici anni prima- e forse ne Il giorno della locusta la penna stessa di Nathanael West mi ricordava fin troppo quella di Francis Scott Fitzgerald, amici fraterni in vita e morti ad un giorno solo di distanza l’uno dall’altro.

Il giorno della locusta, Nathanael West, Mattioli 1885, 2012 pp. 189. Traduzione Nicola Manuppelli.




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